COME TI SPERPERO I SOLDI DEGLI ITALIANI (E ARRICCHISCO LE ARCHISTAR)

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Il governo Letta ha stanziato cento milioni – ne mancano altri settanta – per ultimare la “Nuvola” progettata da Massimiliano Fuksas. La struttura si compone di una teca, che dovrebbe essere un omaggio al razionalismo italiano, da un auditorium, che ha la forma di “un oggetto abbastanza strano, con una geometria molto complessa che ricorda il mondo di Borromini e di Bernini” (Fuksas dixit), che dovrebbe essere un omaggio al Barocco e, infine, dalla “lama”, un albergo alto sessanta metri.

Al di là delle intenzioni di Fuksas, val la pena sottolineare come questo edificio si distacchi totalmente dal contesto urbano in cui è calato. L’Eur, ovvero conosciuta anche con il nome di Esposizione Universale di Roma, fu voluto da Benito Mussolini per celebrare i vent’anni della Marcia su Roma e rappresenta l’incarnazione più compiuta del Razionalismo italiano. Gli edifici sono “puri”, squadrati e alleggeriti da archi e colonne. Sono candidi e marmorei. La teca della “Nuvola”, invece, non è che un parallelepipedo di alluminio e vetro siliconato che non ha nulla a che vedere con la “pesantezza leggera” del Palazzo della Civiltà Italiana o con il moderno classicismo del Palazzo dei Ricevimenti e dei Congressi.

Il progetto iniziale dell’Eur, inoltre, non è ancora stato portato a termine (manca l’arco di Adalberto Libera, per esempio), ma l’idea di completare qualcosa che è stato pensato durante il Fascismo spaventa parecchi. Giorgio Muratore, ordinario di Storia dell’architettura a La Sapienza, ha così commentato la possibilità di costruire l’arco di Libera: «quell’arco simboleggiava la realtà italiana di quegli anni, riproporlo ora è assurdo. Bisogna evocare fantasmi? E vabbè. Tutto è bello allora, oggi è la notte di Halloween, riproponiamo anche la trasvolata atlantica di Balbo con gli idrovolanti fino a Chicago. Piuttosto, si potrebbe pensare, grazie alle tecnologie di oggi, a un arco virtuale, fatto di luce, immateriale, questa sarebbe un’ipotesi su cui ragionare». Per carità! Piuttosto che vedere degli archi simili alle spade laser di Star Wars, lasciate perdere.

Un altro flop architettonico capitolino è la “Vela” di Calatrava, il cui ponte a Venezia ha mietuto più vittime della peste del 1348. Il progetto fu finanziato dalla giunta Veltroni per ospitare i Campionati Mondiali di nuoto nel 2009, ma non fu mai ultimato e, per i Campionati, si ripiegò sulle strutture del Foro Italico. La “Vela” è già costata agli italiani 256 milioni di euro (a fronte dei seicento milioni totali) ed ora è lì, abbandonata a se stessa.

Da questi due esempi, comprendiamo che il problema dell’architettura e dell’arte moderna è un problema di committenza: non ci sono più persone (o, se ci sono, si contano sulle dita di una mano) in grado di affidare dei progetti a persone competenti. Viene scelta l’archistar, o l’artista di grido solo perché è famoso. Non perché è ritenuto la persona migliore per sviluppare un’idea. Nessuno conosce Pier Carlo Bontempi, validissimo architetto di Parma. Pochi lo conoscono perché la sua è una architettura naturale, che si amalgama bene in ogni luogo in cui è costruita perché è pensata proprio per quel luogo e per nessun altro (a differenza di Fuksas e delle sue opere sempre uguali in tutto il mondo).

Finché non ci saranno amministratori capaci di pensare un’architettura in grado di fondersi con la storia e le tradizioni delle città, i nostri occhi continueranno ad essere feriti dalle opere delle archistar e a dire, con Totò, «e io pago!».

Matteo Carnielettosoldi soldi soldi

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