Dei miei vini estremi

La sterminata disponibilità di libri sul mercato obbliga il lettore allergico al conformismo editoriale alla ricerca di testi edonistici, frizzanti, originali. Ebbene, l’ultima fatica di Camillo Langone, Dei miei vini estremi (Marsilio), è tutte e tre le cose: edonistico perché tratta di piaceri enologici, frizzante perché più di tutto esalta il Lambrusco, originale perché opera di una delle penne più creative e graffianti del panorama italiano. Il risultato è una guida tra vitigni, bottiglie e borghi, con l’Autore che non s’accontenta di assaggiare un vino. Esigente com’è, desidera conoscerne il produttore, i luoghi e la storia per poi modellare, riga dopo riga, calici di parole utili a noi per rivivere, almeno in parte, le sue stesse esperienze, tutte estreme e italianissime.

Sì, perché in Langone arde un desiderio: quello della sopravvivenza di Enotria, come ama chiamare l’Italia, nonostante quel «sommelierismo» (p.41) e quegli «esterofili ovini e belanti» (p.66) entrambi avversari di un sovranismo enologico degno di questo nome. Costellato di aneddoti, Dei miei vini estremi somiglia quindi ad una mappa di particolarismi da scoprire e riscoprire, con vibranti critiche ai bevitori di birra (povero me) e spritz (poverissimo me) e l’esortazione a darsi una mossa e a snobbare la massa. Il tutto raccontato con l’abrasiva schiettezza di uno scrittore convinto che gli italiani debbano ribellarsi al «palato globalizzato» per tornare «ad apprezzare i sapori peculiari degli avi» (p.111). In attesa di questa nuova primavera enogastronomica, è l’invito langoniano, meglio dare il buon esempio e berci italianamente sopra.