LA FAMIGLIA IN ITALIA: NUCLEO SOCIALE IN DIFFICOLTA’

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Famiglia? Un tema caro alla politica nazionale, che viene però travisato non appena si parla di politica, ovvero la famiglia, in Italia, si sta lentamente riducendo da un nido caratterizzato da forme precise, sentimenti, diritti e doveri, a mero strumento di formalizzazione burocratica. Ma la famiglia e il concetto che abbiamo di essa, hanno ancora un ruolo fondamentale nella crescita di un individuo, oppure no? La rinuncia alla famiglia è una conseguenza di politiche sbagliate, oppure di una concezione culturale mal tramandata e poco condivisa? Perché, di fatto, al momento della nascita, siamo tutti stati parte di un modello famigliare, al quale ci siamo adattati, oppure contro il quale abbiamo lottato, dove ci siamo trovati bene o non trovati affatto. Ma un modello di famiglia, da perseguire, deve esserci, per avere un’idea sulle scelte da fare, sul comportamento da tenere, ma specialmente per avere un nucleo di appartenenza disposto ad aiutare, condividere e sostenere nel percorso di maturazione verso l’età adulta.
Ma cos’è la famiglia? Ora che l’Europa ci sta proponendo modelli molto diversi da quello italiano e ora che le migrazioni hanno inserito anche sul nostro territorio delle situazioni famigliari che sono diverse da quelle a cui eravamo avezzi, serve capire come è cambiato nel tempo il concetto di famiglia in Italia.
Storicamente il concetto di famiglia in Italia è strettamente legato al matrimonio: fino all’epoca industriale esso era visto come nucleo sentimentale ma anche strutturato secondo una logica di ceto, economica e sociale, che permetteva pochi scambi di relazione tra persone appartenenti a diverse classi sociali, per di più visti di cattivo auspicio. Nel senso materiale del termine.
La stratificazione sociale dalla sua parte aveva il vantaggio di una previsione sociale ampiamente gestita, poche sorprese e una vita sempre uguale, senza scossoni, mentre ciò penalizzava il concetto di sentimento e di attrazione vero e proprio, sacrificato, non sempre con difficoltà, spesso spontaneamente, raramente concepito come plausibile, e quindi evitato. Casi come “Giulietta e Romeo” e “I Promessi sposi” non sono invenzioni letterarie nude e crude, ma fedeli trasposizioni della realtà.
Con l’avvento dell’epoca industriale il concetto di matrimonio si è modificato: la mobilità sia maschile che femminile, le realtà che si mescolano, la possibilità/necessità di spostarsi, hanno fatto sì che tutto il sistema di gestione sociale si sia sgretolato, lasciando il passo all’incerto, all’imprevedibile, con situazioni, appunto famigliari, che hanno una sola capacità di difendersi: il lavoro dei coniugi sulla propria situazione di coppia, dall’incontro, per di più casuale, al matrimonio, alla costruzione di famiglie con basi sentimentali, economiche e sociali stabili e si presuppone, durature, poiché la famiglia, purché i tempi siano ormai moderni, resta comunque l’unico punto di riferimento reale che si ha, dalla nascita, alla morte.
Mancando il matrimonio, ovvero essendo diminuito il numero di coppie che si sposano, cade la cellula base del modello sociale, il che comporta una evidente difficoltà, anche per lo Stato, di intervenire laddove vi sono situazioni di difficoltà concrete, non essendo possibile fare previsione delle situazioni economiche e sociali di nuclei liquidi, e con la gravissima conseguenza di una difficoltà nel garantire l’erogabilità di servizi e di aiuti di ammortizzazione sociale per gli individui stessi. Potremmo dunque affermare che, nella società liquida, la famiglia è l’impegno più difficile da portare a compimento, a seconda dell’aumento o della diminuzione delle situazioni di instabilità, aumenta o diminuisce in maniera inversamente proporzionale la percentuale di povertà e di disagio, questo indipendentemente dal modello economico lavorativo, che appartiene a un’ulteriore categoria sociale, tra le quali vi è appunto, anche la famiglia. Va da sé che nei periodi in cui sia il parametro famigliare, che quello di mercato, sono in crisi, questo si tradurrà in doppia situazione di disagio, a cui però doppiamente lo Stato non potrà intervenire con efficacia, sostituendosi alla società, ovvero al sistema di mutuo aiuto tipico appunto delle società con alto controllo sociale.
Al momento attuale il matrimonio è diventato un leit motive principalmente delle classi sociali più agiate, contrariamente a quanto si possa pensare, ma non è sempre stato così. Al contrario, fino al secolo scorso, l’emancipazione della donna e la libertà di muoversi, erano un diritto acquisito delle classi più abbienti, che hanno generato esempi di donne e di uomini che sono rimasti “single” ma sono usciti dal nucleo famigliare poiché la situazione economica lo consentiva.
Ora si sta realizzando l’opposto: il lavoro in fabbrica, l’attrazione dei poli produttivi, l’abbandono della campagna, l’aumento della libertà personale, hanno garantito a tutte le classi sociali una pari libertà di scelta, con la conseguenza, però che dal punto di vista economico, questa scelta, porta non pochi sacrifici.
Il processo di libertà degli anni 40/60 non fu però spontaneo, ma fortemente indotto dalle necessità post industriali: un fatto su cui serve riflettere, poiché il modello anglosassone che è stato ampiamente assorbito anche dall’Italia, tradizionalmente rurale, ha messo in difficoltà e in discussione la nostra società, che si è trovata con migrazioni interne e famiglie fortemente divise, particolarmente tra Nord e Sud, per motivi legati solo ed esclusivamente al polo attrattivo dell’industria, peraltro ora in decadenza, poiché siamo in una fase di recessione, che sta dimostrando ampiamente come il modello, senza industria e senza lavoro, non si regga da solo.

Fatto il modello, ma non fatta la società: questo è accaduto principalmente poiché il cambiamento è stato indotto e non è stato spontaneo; l’impresa non è lo Stato, ma lo Stato avrebbe il dovere di programmare con precisione le decisioni imprenditoriali, onde gestire i cambiamenti sociali senza che il popolo ne risenta; il capitalismo ha distinto fortemente lo stile di vita della famiglia borghese, da quello della famiglia proletaria, dove lo Stato ha giustamente cercato di intervenire in favore di quest’ultima, spina dorsale del mondo della produzione. L’operaio, il lavoratore dipendente, visto come tale, è sempre stato il primo fautore della ricchezza nazionale, di pari passo all’impresa. Acquisendo pari diritti e pari doveri, quindi, le classi sociali hanno avuto un rimodellamento economico, ma non culturale, poiché, non essendovi nelle grandi città la naturale propensione al legame affettivo dei piccoli borghi rurali, fatto di parentadi e legami sentimentali e famigliari, si sono creati tanti piccoli nuclei, che nei momenti di difficoltà non hanno “ancore di salvataggio” se non la pubblica assistenza.
Un ulteriore, e definitivo cambiamento del modello di famiglia si ha dopo gli anni 70, quando la famiglia, da verticale, con un passaggio di carico di responsabilità di padre in figlio/madre in figlia, è diventata orizzontale: il nucleo basta a se stesso. Situazione d’oro per le famiglie di lavoratori dipendenti, migranti e quindi di stampo diremmo ancora proletario, che negli anni 90 ha avuto il suo apice, per entrare in crisi nei primi 2000, quando la crescita è finita, la crisi si è fatta sentire e le troppe necessità di cambiamento della società attuale, liquida, hanno minato alla base la sicurezza del nucleo famigliare, tanto di aver indotto a una natalità inferiore a 1, (potremmo definire, capitolazione senza ritorno, salvo cambiamenti, che sono in realtà intercorsi per altri motivi) portando a una certa instabilità sociale, all’aumento dei divorzi per motivi economici e anche alla rinuncia al matrimonio, problema della presente generazione giovanile di età tra i 20 e i 30 anni, per motivi economici.
Insieme a questo percorso molto veloce, che ha caratterizzato la famiglia in Italia, si sono verificati altri eventi di portata anche maggiore: l’inserimento di modelli alternativi di famiglia, riferiti alle culture dei migranti in terra Italiana, il diffondersi di uno stile fortemente liberale nella gestione del sentimento e della coppia, il cambiamento di valori, che dal matrimonio si è diretto verso la convivenza, ora anche aprendosi alla omosessualità. Una serie di elementi incisori che hanno ancor più reso difficile un programma di stabilità sociale, mettendo a rischio non tanto il modello, un dato di fatto che potrebbe anche diventare indifferente, ma più che altro il singolo individuo stesso, dove solo chi detiene ricchezza e stabilità può dedicarsi a un contratto famigliare, basato anche sui sentimenti, mentre chi non vi riesce, deve rinunciare, come avviene ora, alla prole o comunque a una stabilità serena.
Nonostante in Italia si siano promosse numerose campagne per la famiglia, parlando dell’opportunità di unire le generazioni più giovani con quelle più vecchie (la riscoperta dei nonni) raramente di fatto il progetto trova concretezza: i nonni diventano dunque bancomat poiché nel tempo, anche il concetto di residenzialità è fortemente cambiato e molto raramente i figli, una volta sposati, mantengono il nido presso o vicino all’uno o all’altro ceppo di origine, più spesso dovendo scegliere un domicilio lontano da entrambi, rendendo così ancora più difficile mantenere un contatto e un sistema basato sulla famiglia, come nucleo centrale della società moderna.

Cambiamenti sociali radicali, promossi e sostenuti in prima linea, spesso a torto, anche dalla politica, che in altri stati europei o oltre oceano, al contrario, sono veicolati con uno stile della comunicazione diverso, più responsabile, tutto sommato più stabile e più sicuro, per le persone, prima di tutto, perché la famiglia è un nucleo sociale, certo, ma fatto innanzitutto da persone.

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