Focus. Il Mare contro la Terra: la geopolitica di Carl Schmitt vista da de Benoist e Freund

È in uscita, dal tre marzo 2019, il saggio Il Mare contro la Terra. Carl Schmitt e la globalizzazione edito da Diana Edizioni. In questo lavoro i due filosofi francesi Alain de Benoist e Julien Freund, esaminano dal loro punto di vista Terra e Mare, l’illustre opera di Carl Schmitt, scritta nel 1942. Due modi differenti ma in stretta correlazione di intendere il Nomos della Terra e quello del Mare.

I capitoli scritti da Alain de Benoist, ripercorrono come un fiume in piena la vita del giurista tedesco. Dal primo incontro con Ernst Jünger, risalente al 1929 «forse grazie all’intermediazione di Hugo Fischer» cui ne seguiranno altri. Tra i due giganti del Novecento, nacque una profonda stima che, dopo la Seconda Guerra mondiale, ha avuto fasi alterne. Ma i due intellettuali, pur avendo delle visioni differenti su alcuni aspetti della Modernità e sul nihilismo che già dominava, all’ombra del totalitarismo e delle forze dispiegate dalla Tecnica sotto l’egida del Capitalismo, riconobbero reciprocamente le doti e la capacità di analisi, fuori dal comune.

Un esempio di queste affinità mentali e cerebrali è ben visibile in uno scritto di Jünger del 17 luglio 1939: «Ho sempre amato in C.S. la disposizione ordinata e l’efficacia dei suoi pensieri, che danno un’impressione di forza presente». Ma se è vero che nel 1933 il giurista tedesco aderì al partito nazista, nel paragrafo intitolato Un libro «raccontato a mia figlia», lo è altrettanto il rendersi conto delle innumerevoli ritorsioni e delle calunnie subite da Carl Schmitt, dai burocrati del partito. Alain de Benoist, descrive alla perfezione il periodo in cui gli fu affidata la direzione della Deutsche Juristen-Zeitung e la guida della Lega nazionalsocialista dei giuristi tedeschi (Fachgruppe Hochschullehrer der NS-Juristenbund).

Tuttavia, mette anche in luce quel velo di ipocrisia sulla figura del Carl Schmitt cattolico e di impronta agostiniana, giudicato filosemita e «liberale» dal giurista Otto Koellreutter. Ma non molto tempo dopo, giusto per aggravare una situazione al limite del paradosso, dalle pagine del settimanale delle SS Das Schwarze Korps, fondato da Reinhard Heydrich e diretto dall’SS-Standartenführer Gunter d’Alquen, rispettivamente il 3 e il 10 dicembre del 1936, uscirono due articoli al vetriolo. Un autore anonimo, accusò Carl Schmitt di essere un «opportunista, legato al cattolicesimo politico», additandogli la solita formuletta in mancanza di argomenti sull’immancabile «antisemitismo di facciata», per la ragione che intratteneva «stretti legami con gli ebrei».

Insomma, le solite ripicche e invidie del professionismo accademico, puramente ideologico e a-scientifico che gli procurò le attenzioni del Servizio di Sicurezza Sicherheitsdienst (SD). Il quale, si premurò di aprire nei due anni successivi un fascicolo nei suoi confronti, prendendolo di mira! Le “care” e vecchie logiche dei lacchè del potere di turno, alla ricerca spasmodica di un posto al sole o di raccoglierne le briciole. Nulla di nuovo, niente di che.

Occupandoci di cose molto più interessanti, in questo breve ed intenso saggio, scritto a quattro mani, affiora l’importanza degli «elementi», quasi mai tenuti in considerazione dai metodi di Oswald Spengler e di Arnold Toynbee. Tra le righe de Il Mare contro la Terra di Alain e Julien, troviamo il giusto approccio analitico ed interpretativo dell’opera di C. Schmitt; impresso nelle «categorie elementari, ossia i quattro elementi: l’acqua, la terra, l’aria e il fuoco». E soprattutto, riuscendo ad individuare le potenze del mare, vale a dire quelle insulari, l’Inghilterra del Seicento e della Rivoluzione inglese, dalle forti spinte espansioniste e coloniali sino agli Stati Uniti che ne presero il posto; raffigurate, dalla forma liquida oceanica del non limite, in moto contro le potenze di terra.

Rappresentate da «il principio dei grandi spazi», divenuti nei secoli, autonomi, autocentrati e destinati «a giocare un ruolo di Katechon rispetto alla globalizzazione». Sospinta, non dimentichiamolo, dal Capitalismo che ha ridotto gli Stati ad essere un surrogato delle regole della società di mercato e degli assunti dell’universalismo. Ma di un mondo che non è più fortunatamente unipolare e «dominato da una sola superpotenza». Dicendolo con C. Schmitt, dei limiti naturali formati dall’elemento tellurico: la Terra, abitata dai «figli della Terra», ovvero i popoli dell’Eurasia. Ed è proprio Alain de Benoist a metterci in guardia, dalle interpretazioni errate su ciò che intendeva dire il giurista tedesco. Partendo col dire che «l’uomo è figlio della Terra» per la motivazione che «abita la Terra da terrestre: humus e homo hanno la stessa origine» ma tutto questo, nulla ha a che vedere con una sorta di «Heimat, al paese di origine». Spiegandolo in maniera più semplice: «l’elemento nativo dell’uomo è la terra». E ciò significa che non possiamo escludere dai nostri ragionamenti, il quadro geografico della terra, indubbiamente «fatta di territori e paesi» ma soprattutto di «territori distinti dagli altri, separati da frontiere» da particolari condizioni geologiche, geofisiche e morfologiche. Delle cose ovvie, messe completamente in discussione dall’avvento della mondializzazione e dalla globalizzazione.

Un concetto molto lontano dalla posizione del politico e politologo statunitense Zbigniew Brzezinski, espresso nel suo La grande scacchiera edito nel 1997, a proposito degli «imperativi geostrategici» per mantenere l’egemonia mondiale degli Stati Uniti. Discorrendo poi, di quella pianificazione del «management globale» cui abbiamo assistito e delle sue preoccupazioni sulla «possibile creazione o l’emersione di una coalizione eurasiana» che, «potrebbe cercare di sfidare la supremazia americana». Tra l’altro, sempre più messa in discussione negli ultimi anni e alle prese con un mondo multipolare: come dicevamo, non più a guida unica! Basti pensare all’intesa italo-cinese con i dovuti pro e contro. Un esempio da prendere in considerazione, con tutte le dovute cautele del caso e purché non ci si fermi, solo sui benefici di un accordo economico-commerciale che si noti, non è vincolante.

È cosa nota che lo stesso Heidegger, pensava alla terra dandogli un senso ancor più profondo. Troviamo calzante, la citazione inserita da Alain de Benoist sullo scritto del filosofo di Meßkirch, intitolato L’origine dell’opera d’arte, redatto nel 1935 e pubblicato solo negli anni ‘50. Trattasi del testo di una prima conferenza sul tema dell’opera d’arte, dove si trovano degli spunti interessanti. L’acume filosofico e metafisico di Heidegger, osserva la nozione di popolo e del suo «abitare storico», solo quando riconosce l’immanenza ed «il primato dell’arte, l’opera d’arte».

Dunque, l’analisi di Alain de Benoist non poteva non rifarsi a «l’essenza della terra», alle tre accezioni che rimandano al concetto originario di nomos; suggerendoci di contemplarla, lasciandola «dispiegarsi in quanto tale». In pratica, quello che Heidegger voleva intendere, quando scrisse che «l’armonia di questa insuperabile pienezza noi la chiamiamo la terra». Scoprendo così, quanto sia importante, toccare le corde più profonde della sensibilità heideggeriana, mettendo «in rapporto l’opera d’arte con la terra» per il fatto che «l’arte conduce a una riappropriazione dell’abitare storico e destinale». Ed è proprio qui che il senso di Immanens, gioca un ruolo importante: giustappunto, designando con esso quegli atti, come il vedere o il sentire, il cui fine risieda in sé stessi ma che è riconoscibile anche per l’Altro.

Ma le potenze di mare, incanalano l’esatto contrario di questi lunghi pensieri e sono già passate dal «succedersi rapido delle novità», all’astrazione di una mobilità permanente dalle merci all’uomo, dai nuovi desideri da rimpiazzare a quelli vecchi, alla gratuità offerta dal nomadismo che è pure quello, dei costumi e delle usanze. Mentre l’occhio attento di Julien Freund, individua il saltato a piè pari, nell’era dei satelliti. Il passaggio dal mondo liquido-moderno, descritto ampiamente da Zygmunt Bauman, all’elemento dell’aria e delle corse allo Spazio. Il mondo dei flussi senza frontiere, delle «correnti mutevoli» e dei «flussi e riflussi» delineati da Carl Schmitt, lasciano il posto allo spazio siderale senza fine, all’infinito per antonomasia.

Basti pensare alla componente tecnica della «talassopolitica» che era ritenuta essere, erroneamente, il “Rinascimento moderno”. Senza tenere conto in passato, di quanto «la tecnica appartiene all’ordine degli artifici» impiegati per gli spostamenti in mare, assolutamente non necessari per ciò che riguardava lo spostarsi e il muoversi sulla terraferma. La nuova frontiera invece, è rappresentata dalla colonizzazione dello Spazio che ha acquisito un ruolo centrale. L’immensità dello Spazio, viene adoperata dalla governance privata della «tecnologia della sorveglianza», che ha rimpiazzato il fluido con l’aeriforme, la Terra con il sovrappiù, il mobile con l’indistinto, il fluttuante con le microonde dell’universo, la natura corporea con l’assenza di gravità, il chiuso all’infinito, e via discorrendo.

Chiaro è che Alain e Julien, menti libere e non offuscate dalle ideologie del passato e da quelle del «Momento storico», rifuggono dal pensare ad un finis terrae dei legami sociali e delle relazioni umane. La destrutturazione ad opera della religione delle reti globali e dalla «mobilitazione totale» nel firmamento, può essere fermata. Purché si riesca a comprendere la natura di un «processo di imposizione», ripetiamolo, capitalistico e della «messa a regime della ragione» che vuole obbligatoriamente «sopprime i limiti che permettono le distinzioni». Il dominio del denaro, dell’omogeneizzazione, dell’intercambiabilità generalizzata degli uomini e delle cose, caldeggiato dalle potenze del mare che Carl Schmitt, individuò minuziosamente. Anche se Il Mare contro la Terra, vuole farci credere che non abbiamo più scampo, le sue acque continuano ad infrangersi contro le coste e le scogliere. Contro quei limiti che è bene ricordarsi, essere invalicabili.

Alain de Benoist, Julien Freund

Il mare contro la terra. Carl Schmitt e la globalizzazione 

Traduzione a cura di Giuseppe Giaccio

Diana Edizioni, 7 marzo 2019, 

Ppgg. 113, euro 14.00