Francesco Petrarca era fascista? Sembrerebbe di si!

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Francesco Petrarca era una fascista antesignano? Sembrerebbe di si per una delle tre Corone della letteratura italiana. Ha infatti più volte scritto testi che anticipano di secoli l’ideologia fascista e questo è un aspetto ignorato dell’autore, sopratutto perchè oggigiorno si guardano altre sue opere.  Di solito si evidenziano nelle classi italiane gli elementi di invettiva o di desiderio, lasciando in ombra altri aspetti, come l’affetto esteso dall’amata Valchiusa a tutta la penisola.

Il più famoso di questi componimenti è di certo la canzone Italia mia, della quale si legge in particolare l’accorato inizio:

Italia mia, benché ’l parlar sia indarno

a le piaghe mortali

che nel bel corpo tuo sì spesse veggio,

piacemi almen che’ miei sospir’ sian quali

5               spera ’l Tevero et l’Arno,

e ’l Po, dove doglioso et grave or seggio.

Rettor del cielo, io cheggio

che la pietà che Ti condusse in terra

Ti volga al Tuo dilecto almo paese.

10            Vedi, Segnor cortese,

di che lievi cagion’ che crudel guerra;

e i cor’, che ’ndura et serra

Marte superbo et fero,

apri Tu, Padre, e ’ntenerisci et snoda;

15            ivi fa che ’l Tuo vero,

qual io mi sia, per la mia lingua s’oda. 

Petrarca con quest’esortazione voleva chiedere ai signori d’Italia di mettere da parte le ragioni del conflitto tra Visconti (di Milano) e Gonzaga (di Mantova) per il possesso di Parma, e guardare invece alla sua liberazione dagli stranieri. Un appello, lanciato con la mediazione di Dio, che aveva lo scopo di convincerli ad evitare la divisione del territorio italiano: solo con la pace e l’unità la penisola sarebbe guarita dalle proprie piaghe mortali.

Tuttavia, non è la sola idea d’Italia che emerge tra gli scritti petrarcheschi. Meno famoso è il saluto che le porge nella lettera in versi Ad Italiam: lasciata alle spalle la corte papale d’Avignone, sulla via del ritorno, tendeva la sua anima dalle cime del Monginevro alle pianure d’Italia e recitava:

Ti saluto, terra cara Dio, santissima terra. O più nobile, o più fertile, o più bella di tutte le regioni, cinta da due mari e altera di monti famosi, onoranda a un tempo in leggi, ed in armi, stanza delle Muse, ricca d’uomini e d’oro, al tuo favore si inchinarono insieme arte e natura, per farti, o Italia, maestra al mondo… Tu darai un queto rifugio alla stanca mia vita; tu mi darai tanto di terra che basti, morto, a coprirmi. Come lieto, o Italia, ti riveggo da questa vetta del frondoso Gebenna! Restano a tergo le nubi, mi batte in viso un’aura serena; l’aere tuo assorgendo con suavi movimenti mi accoglie. Riconosco la Patria, e la saluto contento; salve o bellissima madre, salve o gloria del mondo! (Epistole metricae, III, vv. 1-11.  Traduzione di G. Carducci)1

Il lettore viene trascinato nel turbinio accorato di Petrarca, suscitato dalla visione della sua Patria. L’uso della lingua latina non è lasciato al caso, era infatti considerata dai nazionalisti, oltre alla sua universalità, il linguaggio che gli italiani dovevano usare anche per ripercorrere le gesta di Roma.

Un amore per la propria terra che viene troppo spesso dato per scontato. Anche nella società contemporanea, ci si dimentica spesso di amare le proprie origini; il pensiero inizia a fare capolino nella mente solo quando ormai si è lontani. Bisognerebbe imparare ad apprezzare il territorio giorno per giorno, sotto tutti i suoi aspetti, senza rifuggirne al più presto.

Petrarca insegna anche ad esternare senza timore l’affetto per la Patria. Il viscerale amore espresso in Ad Italiam venne così usato dal regime fascista come prefazione dell’antologia di lingua italiana per i licei. L’amore per l’Italia di Petrarca del resto non poteva essere ignorato da filosofi quali Gentile che riconobbero in lui un anticipatore del fascismo. Petrarca il gerarca fascista si potrebbe dire? Forse si, ma sarebbe curioso sapere il suo punto di vista sull’Italia di oggi.

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