La collaborazione tra l’animale e le penne nere risulta fin dalla fondazione del Corpo degli Alpini nel 1872. Il mulo è un animale sterile, nato dall’incrocio di un asino con una cavalla che a seconda delle razze incrociate presenta diversi aspetti e dimensioni, ma che presenta ottime caratteristiche nella soma, nella resistenza alle malattie e capacità di adattarsi in ambienti sfavorevoli. Proprio in base alle diverse dimensioni dei muli, il Regio Esercito li suddivideva in 3 classi: 1° classe carichi pesanti come il mortaio da 120mm, mentre le altre due classi valide per il trasporto di munizioni e vettovagliamenti. 

Il mite e fedele animale rappresentò una risorsa fondamentale per la logistica nel corso della Prima Guerra Mondiale, il solo in grado di arrampicarsi per i difficili sentieri montuosi del fronte italiano, a cui vennero attribuiti successivamente il nome di mulattiere. 

Nel corso della Seconda Guerra Mondiale 520.000 muli seguirono i valorosi Alpini ovunque ce ne fosse bisogno, prima sul fronte greco-albanese e successivamente nella immensa steppa dell’Unione Sovietica. 

Nonostante l’avvento di potenti mezzi fuori strada, a inizio anni 90, ancora 700 muli servivano le allora 5 Brigate Alpine: Cadore, Julia, Orobica, Taurinense, Tridentina dimostrandosi ancora valide risorse, ma la fine della Guerra Fredda ed i successivi tagli alla Difesa li costrinsero al congedo. 

Il 29 agosto 1993, dopo 121 di onorato servizio, gli ultimi 24 muli dell’Esercito Italiano andarono all’asta mettendo fine ad un epoca. 

Queste parole presenti sulla tomba di un mulo presente in Val Pusteria riassumono l’importanza del legame tra muli ed Alpini:

“Generoso animale che ha sempre dato agli uomini senza mai pretendere nulla che non fosse un po’ di biada e un po’ di attenzione, anch’esso avviato, purtroppo, sulla triste via dell’estinzione. Compagno d’armi, pioniere delle nuove conquiste, forte negli aspri cimenti, paziente nelle dure privazioni. Dimenticato dai più nella gloria della vittoria…”

Stefano Peverati