I pionieri dell’Horror italiano

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I nostri occhi si sono ormai assuefatti ad un cinema di bassa qualità. Le pellicole italiane sono ormai definitivamente  implose, salvo qualche felice eccezione, in un piattume fatto di cinepanettoni e commedie miseramente scritte e tutt’altro che divertenti. La cosa che  più dispiace è che sta scomparendo dagli studi nostrani un genere che ha sempre contraddistinto l’opera degli innovatori italiani della macchina da presa.

Il cinema Horror. Spesso il cinema del brivido è stato bollato come un’americanata nata e cresciuta oltreoceano. Convinzione estremamente radicata nelle nuove generazioni a causa di una patologica carenza di nuove opere del genere prodotte nel nostro paese, situazione frutto del perbenismo e il puritanesimo patologici che hanno sempre caratterizzato l’industria della quinta arte nostrana. Un limite che si incontra facilmente ogni volta che ci si spinge verso la sperimentazione chiudendo progressivamente la produzione cinematografica in una scomoda gabbia intellettuale che porta a decine di titoli praticamente identici fra loro e talmente banali da creare talvolta l’impressione di poter vedere dieci film senza incappare nella più minima mutazione artistica.

Eppure volgendo lo sguardo al nostro passato, anche abbastanza recente, si può intravedere la presenza di autentiche pietre miliari del cinema horror. Spesso l’attenzione rimane focalizzata sugli ormai tradizionali capolavori di Dario Argento, assolute pietre miliari del cinema come Profondo Rosso e Suspiria che però sono solamente un traguardo. La punta di un iceberg sommerso e dimenticato che forse varrebbe la pena recuperare dai fondali marini. Anche solo per una serata.

Fin dagli anni ’70 i registi italiani sono stati estremamente attivi nella ricerca di un’alternativa al cinema horror tradizionale, che ha le sue origini ancora nei maestri dell’espressionismo cinematografico tedesco per arrivare, passando da Hitchkock, a registi maturi come Friedkin(L’esorcista), Kubrick (The Shining), Verbinski (The Ring) e Takashi Shimizu (The Grudge). Il cinema italiano preferì partire dalle proprie origini, dal neorealismo, alcuni grandi registi horror italiani infatti si erano formati proprio sotto l’influsso di questo movimento, puntando su una rappresentazione realistica dell’orrore e della paura, una visione cruda e diretta di ciò che invece i maestri dell’horror tradizionali mascheravano con abilità puntando a suscitare il brivido con una rappresentazione metaforica del brivido. Basta citare un grande maestro come Lucio Fulci (Zombie 2), un regista aggressivo e visionario che ha passato la propria carriera a continuare ciò che aveva cominciato iscrivendosi al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, spetta infatti a lui l’aver importato e rielaborato lo scarno cinema splatter portandolo ad un livello diverso, grazie anche alla notevole innovazione nel campo degli arrangiamenti musicali che cominciarono a giocare un ruolo importante in pellicole nelle quali la parte forte doveva essere teoricamente costituita dall’impatto visivo delle scene crude.

Lucio Fulci
Lucio Fulci

Si arrivò infine al ciclo non meno importante dei Cannibal movie che portò alla ribalta registi come Umberto Lenzi che finirono successivamente nell’ingiusto dimenticatoio del perbenismo esasperato e della censura. Il loro lavoro spianò la strada alla recente stagione dei “falsi documentari”, l’idea geniale dei pionieri italiani fu quella di combinare un genere, solitamente poco dinamico come i documentari inserendolo in un contesto macabro e cruento generando come risultato delle pellicole profondamente controverse, spesso con risvolti legali e di critica poco favorevoli. Ciò che però si tende a trascurare è che proprio il lavoro di questi registi portò a successi di botteghino come  The Blair Witch Project e Paranormal Activity.

Una storia gloriosa ma purtroppo dimenticata quella del cinema horror nostrano, fatta di grandi successi e di fallimenti talmente memorabili da essere diventati dei cult del trash, il punto fermo è però che la sperimentazione era continua e non vi era l’attuale persecuzione del “risultato di botteghino” che porta i registi a diventare progressivamente degli esperti di marketing la cui natura di artisti sfuma di fronte alla necessità di garantire necessariamente alla pellicola un successo economico.

Forse sono l’azzardo e l’amore per l’avanguardia che mancano al nostro cinema oggi. Quello spirito giovane e aggressivo che rendeva le pellicole italiane non solo un esempio ma spesso anche  la luce di un farò artistico da seguire per chi volesse avventurarsi nelle tenebre della sperimentazione cinematografica.

Ci siamo infine ridotti, oggi, a rilanciare continuamente  la carta della comicità  fondata su stereotipi dai quali forse sarebbe più di prendere le distanze che continuare a riproporli in sale cinematografiche sempre più vuote ad un pubblico ormai disinteressato verso il nostro grande schermo.

Nicola Rinaldo

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