Il dimenticato Gramsci fascista

Tutti conoscono Antonio Gramsci, icona dell’ideale comunista. Ma pochi conoscono il fratello Mario Gramsci, la “pecora nera” tra i due, fervente fascista fino alla morte.

Rispetto all’illustre fratello, nacque due anni dopo, nel 1893, anche lui nella splendida isola sarda. Visse a Sorgono, suo paese natale, fino alla Prima Guerra Mondiale, quando combatté come sottotenente. Terminato il conflitto, tuttavia, non seguì il fratello maggiore.

Mario abbracciò il Fascismo, malgrado Antonio tentasse di dissuaderlo. Si racconta che gli amici comunisti di Antonio picchiarono Mario per fargli cambiare idea, ma nemmeno ciò servì. Nel 1921, il rapposto tra i due s’incrinò.

Non si hanno notizie del loro rapporto fino al 1927, anno nel quale, dalla prigione, Antonio scrive alla madre di ringraziare il fratello minore, che si era preoccupato per le sue condizioni di salute. Non solo: Mario fece di più, tanto da spingere, come racconta la stessa figlia Cesarina in una intervista all’Espresso* con Bombacci ed altri socialisti favorevoli a Mussolini per rendere più tollerabile la condanna a 20 anni di carcere emessa dai tribunali speciali.

Il 5 novembre 1932, in occasione del decennale della Marcia su Roma, con Regio Decreto fu ridotta la pena di Antonio Gramsci a 12 anni e 4 mesi e fu anticipata la decorrenza del 20 gennaio 1927, visto che Gramsci si rifiutò di inoltrare la domanda di grazia. Inoltre, sia durante la detenzione al confino a Ustica, sia nel carcere (detto “clinica con le sbarre”) di Turi, oltre che nella clinica Cusumano di Formia, Antonio godette di un trattamento di riguardo e dell’assistenza della cognata Tatiana Schucht. In carcere continuò persino gli studi, potendo disporre anche di libri “sovversivi”.

Nel 1935 Antonio fu rilasciato e ricoverato in una struttura all’avanguardia alle spese dello Stato per volere dello stesso Mussolini, per evitare una sua eventuale fuga all’estero. Vi giunse in gravi condizioni: oltre al morbo di Pott, che lo gravava dall’infanzia, e all’arteriosclerosi, soffriva di ipertensione e di gotta. Il 21 aprile 1937 Gramsci passò dalla libertà condizionata alla piena libertà, ma era ormai in gravissime condizioni: morì all’alba del 27 aprile, a quarantasei anni, di emorragia cerebrale.

Quanto a Mario, fu tra i fondatori del Fascio cittadino nonché Primo segretario federale del PNF di Varese, dove visse con la moglie e i due figli, Gianfranco e Cesarina.

Abbandonato l’incarico di Federale, qualche tempo dopo apre una ditta commerciale. Fino al 1935, quando si offre come volontario per la Guerra in Abissinia; tornato in Italia nel 1936, nel 1941 combatté, sempre volontario, in Libia, durante la campagna del Nordafrica. Combatté fino alla disfatta del 1943.

Alla nascita della Repubblica Sociale Italiana decise di seguire Mussolini a Salò. Dopo l’ultima disfatta, la definitiva, fu catturato dai partigiani e consegnato agli inglesi. Iniziò così il suo declino. Gli inglesi lo deportarono in Australia poco tempo dopo, dove fu rinchiuso in un campo di concentramento. Fu assegnato alla sezione “irriducibili”, dove con numerose percosse gli fu richiesto di cambiare idea. Lui non cedette.

A guerra finita, nel 1945, fu ricondotto in patria. A causa della damnatio memoriae successiva, tanto forte da cancellarne qualsiasi ricordo (persino fotografico), anche la datazione della morte rimane incerta. Secondo alcune fonti morì due anni dopo, secondo altre nel 1945 stesso; tutte convengono che morì a causa delle torture subite nel campo, circondato solo dall’affetto dei figli.

Si può ricostruire la sua storia solo grazie agli scritti del fratello ed ai ricordi dei figli; in fondo, si sa che la storia viene scritta dai vincitori. Nei tempi recenti però, si è a più riprese tentato di riscoprire personaggi che la storia stessa ha voluto sotterrare.

Forse perché non è giusto che siano i posteri a bollare un individuo come “buono o cattivo”. Dopotutto le sfaccettature dell’animo umano non permettono un’analisi criticamente estrema, ed anche Mario dimostrò più volte la sua umanità. Tanto che il 26 aprile 1997, in nome della “Riconciliazione nazionale”, fu dedicata ai due fratelli Gramsci una piazza a Bagnone (MS).

La vicenda, che agli appassionati di Fenoglio potrebbe ricordare quella del partigiano Kyra e del fratello ne Il Partigiano Johnny, riemerge timidamente ogni volta che si ricorda Antonio Gramsci o che si elogiano fratelli “minori” anche di fama, come Guido Pasolini, partigiano bianco ucciso dai comunisti.

Per non dimenticare neppure loro.

Note:

* 15 maggio 1997, “Mio padre, il Gramsci nero” di Roberto Di Caro.

Silvia Vazzana

Informazioni su Silvia Vazzana 30 Articoli
È nata nel 1997 a Reggio Calabria, ma da sempre vive a Trento. Iscritta al primo anno di Studi Storici e Filologico-Letterari (carriera tipo Lettere Moderne), fin da piccola ha amato la letteratura italiana ed ha provato ad emularla. Credente. Il suo blog di scrittura creativa è Compagna di Viaggio (https://compagnadiviaggio.blogspot.it/), con l’obiettivo di aprire gli occhi anche sulla narrativa, attraverso risate e riflessioni. Si prende poco sul serio.