IL GIORNALISMO IRRIVERENTE DE “LA VOCE DELLA FOGNA”

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Il giornalismo politico ha, da sempre, avuto diverse sfaccettature. Accanto agli organi ufficiali di partito, con talvolta tiratura nazionale e dai chiari orientamenti, si muove un mondo variegato, che permette modalità di espressione che, altrimenti, andrebbero perse dietro una rigida maschera di monotonia burocratica.

Ciò fu incarnato da “La Voce della Fogna”, una rivista attiva dal dicembre 1974 fino alla primavera 1983 e nata dalla sfrontatezza e dalla curiosità intellettuale di Marco Tarchi, all’epoca un giovane emergente all’interno del Msi.

Le sue intenzioni e la sua voglia di partire con la lancia in resta contro un certo modo di vedere la politica e il mondo erano chiare fin dall’apertura del primo numero. Allo slogan in voga durante gli anni Settanta: ”Fascisti carogne, tornate nelle fogne”, Tarchi rispondeva così: “Perché le fogne? Tutto fuori puzza! Orrendo è il fetore dei mezzi di disinformazione, che presto scopriranno un grave attentato fascista anche negli asili… Se la superficie puzza, il profumo si è rifugiato nelle fogne, svuotatesi ormai di tutta la melma salita verso il potere. È un profumo raro, leggero, che pochi riescono a sentire. Ma esiste… La voce, dalle fogne, dove era stata ricacciata, sale. E cresce…”. Questo è un messaggio che può essere riletto anche con gli occhi di oggi, con l’assurdo e tonante bombardamento delle notizie last-minute e l’esacerbarsi continuo e pernicioso della dialettica fra le diverse fazioni, gruppi e partiti. Naturalmente si deve considerare quel nero periodo che toccò l’Italia, dove la violenza in quegli anni si respirava in politica.

In un certo senso, “La Voce della Fogna” continuò la grande tradizione italiana delle riviste novecentesche, nate a volte con intenti interventisti e morte nel contrapporre il valore della cultura alle barbarie dei totalitarismi. Certo, non si parla della “Voce” di Prezzolini, della “Rivoluzione liberale” di Gobetti, del “Politecnico” di Vittorini. Ma la rivista di Tarchi aveva un pregio, forse oggi perso nel marasma delle urla canine dette “talk-show”: la satira serviva proprio per disinnescare l’odio. Ai suoi tempi, la rivista era nata per combattere l’aria d’immobilismo e di stagnazione che circolava all’interno del Msi, dominato dalla figura autorevole di Almirante. Vi era il forte desiderio di mostrare che l’autoironia poteva servire a quel partito meglio dell’autocommiserazione, che poteva tornar utile nello svecchiare l’immagine perbenista e conservatrice della “destra nazionale” e che si lottava contro quel nostalgismo che sterilizzava le forze giovanili del Msi.

La Voce della Fogna era, però, anche un giornale politico, di totale rottura rispetto a un certo neofascismo di maniera. Dietro ilgiornale differentec’era l’incontro con il periodico della giovane destra franceseAlternative di Marchal, cui toccano i diritti del celeberrimo topo di fogna che appariva sulle pagine del mensile. Il tono dissacrante, anche rispetto al vecchio apparato nostalgico, non tarda a creare, con l’ambiente d’origine, polemiche e ostracismi alla rivista: ma c’erano anche ragioni interne, e cioè il fatto che Tarchi era importante esponente della corrente che faceva capo a Pino Rauti e che mirava a togliere la segreteria al leader indiscusso Giorgio Almirante.

La misura stava per essere colmata e nell’establishment più conservatore del Msi non si sapeva come fermare questo coraggioso esperimento. Alla fine, Tarchi fu messo alla porta per un articolo apparso, a suo nome, nell’ottobre 1980: con un linguaggio che oggi farebbe al più sorridere, l’autore dell’articolo metteva alla berlina e ridicolizzava l’intera classe dirigente. A Tarchi fu decretata la decadenza dall’iscrizione dalla Segreteria del Msi: solo più tardi si seppe che quell’articolo lo aveva scritto un’altra persona, un certo Solinas. Il danno ormai era stato fatto e la fase seguente della rivista perse quel suo tipico mordente irriverente: le discussioni virarono sulla metapolitica e soprattutto si discuteva sul tramonto delle vecchie ideologie, sulla caduta dei movimenti di destra e di sinistra, sulla necessità di ritornare “nuovi”.

A trent’anni di distanza una conclusione si può trarre agevolmente: La Voce della Fogna fu il miglior tentativo di dare voce a un ambiente multiforme e dalle mille voci, mentre oggi il mondo giovanile della destra appare desideroso di uniformarsi sotto un’unica bandiera. In ogni caso, grazie anche all’esperienza di giornali come la Voce della Fogna, i media esteri si accostarono ai fermenti giovanili di destra oltrepassando gli abusati cliché dell’antifascismo militante.

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