Il Mussolini anticlericale e trentino: L’Amante del Cardinale

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olycom - benito mussolini - BENITO MUSSOLINI NEL 1912, ALL'EPOCA IN CUI ERA DIRETTORE DELL'AVANTI, GIOVANE, BAFFI, ITALIA, ANNI 10, B/N

Raramente, un autore è soddisfatto di ciò che ha scritto. Benito Mussolini non fa eccezione. Ormai incontrastato dominatore della scena politica italiana; il Duce ebbe sempre e solo parole di disprezzo per l’Amante del Cardinale, romanzo giovanile scritto nel lontano inverno del 1910. Lo definì un libraccio, un romanzo per sartine, impedì che fosse ripubblicato, con l’unica eccezione di una traduzione per il pubblico anglosassone (tra cui ebbe molto successo, come, del resto, lo ebbe al suo primo apparire). Due le ragioni di questa ostilità verso la sua stessa opera: l’inopportunità di ricordare – a Fascismo trionfante e promotore della Conciliazione – quanto in passato fosse stato anticlericale, il Duce; in secondo luogo – e, forse, con maggior peso nella memoria -, la storia di Claudia Particella ricordava, al Mussolini, approdato a un successo senza limiti, non già i rigori del tempo nella prima decade del secolo, ma quelli economici in cui si dibatteva in quegli anni e che lo spinsero a soddisfare la richiesta di un amico. Già, perché L’amante del cardinale, non è solo un romanzo, un romanzo d’appendice, ma anche la testimonianza dell’immensa, granitica amicizia tra Mussolini e Cesare Battisti. Fu proprio il purissimo eroe – come si sarebbe definito Battisti, quando queste espressioni, intrise di sangue e di passione e di smisurato amore per la Patria, tutto suonavano, tranne che in modo retorico – a chiedere all’allora giovane agitatore socialista di scrivere per il suo giornale di Trento – Il Popolo – un romanzo incentrato sulla figura del cardinale Emanuele Madruzzo e sul leggendario, galeotto amore di questi per Claudia Particella, e ambientato nella decadenza ecclesiastica del XVII secolo.
Mussolini era giunto nel capoluogo trentino nel 1909, preceduto dalla fama di propagandista politico di rara efficacia, con le conseguenti, inevitabili attenzioni della polizia asburgica. Battisti, già in corrispondenza con Mussolini, non si lasciò sfuggire l’occasione, anche per aiutare economicamente il compagno di ideali socialisti, per coinvolgere l’amico nelle battaglie intellettuali e politiche del suo quotidiano. È nel rapporto con Cesare Battisti, per altro, che in Mussolini fiorisce la convinzione che il Socialismo, inteso come movimento di riscatto del proletariato dalle indigenti condizioni in cui è costretto dalla disordinata industrializzazione italiana del primo Novecento, si possa, anzi, si debba fondere con il sentimento nazionalistico, con l’orgoglio identitario che, a Trento, rende parimenti infelici e insoddisfatte le classi borghesi e piccolo-borghesi che vedono compresse le loro ambizioni dal prevalere dell’elemento austriaco. Ed è in questo quadro che si spiega anche l’acceso anticlericalismo che pervade questo romanzo. Cosa rappresenta, infatti, il cattolicesimo trentino, agli albori del secolo più tempestoso dell’umanità? In primo luogo, la subordinazione di quelle terre – italianissime nella lingua, nella cultura, nell’anima del popolo e ancor più delle classi colte – a Vienna, la cui corona è ancora, come ai tempi del disciolto sacro romano impero germanico, la corona de re de romani, cioè del primo protettore della Chiesa cattolica nel mondo. L’Italia dell’amicizia tra Battisti e Mussolini è l’Italia in cui è ancor spalancata – aperta sarebbe espressione diminutiva – la questione romana; in cui i cattolici sono invitati neppure troppo nascostamente a non preoccuparsi delle vicende politiche e delle lotte sociali del giovane stato nazionale (visto come usurpatore delle terre dello Stato pontificio); in cui chi si fa ispirare dalla Chiesa nel suo agire politico, sovente agisce contro gli interessi della monarchia sabauda.
Trento, da questo punto di vista, è emblematica: di fronte al social-nazionalista Cesare Battisti, si staglia, subdola, la figura di un giovane politico cattolico, del tutto prono al potere austriaco, in ossequio agli interessi contingenti del clero trentino d’allora: Alcide Angela de Lucia Gasperi. Dunque, non un libro contro la religione – anche se in quegli anni Mussolini è ancor l’ateo che non esita ad aprire un comizio dichiarando: Se Dio esiste, ha due ore di tempo per fulminarmi! -, bensì contro quel potere temporale che le prime guerre d’indipendenza ancor non hanno spezzato del tutto in Italia. E che non si spezzerà, d’altro canto, mai del tutto. La veemenza di tante espressioni, infatti, è temperata da situazioni e figure che, nel romanzo come nell’animo di Mussolini, tendono a distinguere nettamente la Chiesa impelagata e corrotta nell’esercizio del potere dalla spiritualità autentica e sincera di chi ha fede in Dio.battisti2 Certamente, in una Trento ferventemente nazionalista – in particolare, tra le classi use a leggere i giornali -, ma altrettanto intrisa dei sentimenti della Cristianità, questa distinzione fondamentale venne colta, determinando l’insperata – tanto per Mussolini quanto per Battisti – successo dell’operazione editoriale, con conseguente moltiplicazione delle copie vendute e raddoppio o quasi del compenso riservato al futuro Duce per ogni puntata del racconto, da 15 a 25 Lire.
Stroncatura dell’autore a parte, L’amante del cardinale è veramente un libraccio? I lettori di ieri non lo giudicarono tale come, appunto, si è detto. Quelli di oggi, si vedrà. Lo stile del giovane Mussolini, non ancora trentenne è sicuramente agile, pulito, capace di non perdere mai il filo narrativo, pur concedendosi non brevi digressioni. I cambi di ritmo, tra i diversi momenti della trama, non producono cali di tensione e, men che meno, di attenzione. La lingua è chiara, accessibile al grande pubblico. Ovviamente per quel che può significare quest’espressione, nell’Italia ancora rurale dell’epoca; in cui l’analfabetismo è ancora una piaga a cui proprio Mussolini sarà chiamato ad applicare il primo e deciso medicamento, ma non priva di leziosità e arcaicismi che evidenziano la cultura dell’uomo.

In una precedente edizione, de L’amante del cardinale, dei primissimi anni ‘70, si ricorda, in prefazione, la testimonianza di Cesare Berti, falegname trentino che strinse allora amicizia con Mussolini. L’artigiano ricordava ancora con stupore, in anni successivi, quanto leggesse e si consumasse gli occhi nella biblioteca della città, Mussolini. Questo ricordo, in sede di critica, diventa un indizio sicuro, circa la cultura di Mussolini. Le lievi imperfezioni nelle citazioni di Dante e di altri autori antichi, infatti, inducono a pensare che, quando scrive le 150 cartelle del romanzo in quel di Forlì e le spedisce a Battisti (tra l’idea e la realizzazione del romanzo, Mussolini è stato arrestato ed espulso dal territorio austriaco), non abbia pedissequamente copiato, qua e là, belle frasi per infiorettare il racconto, ma le abbia citate a memoria. E ciò costringe a pensare a una certa familiarità con almeno i principali, grandi classici da parte di Mussolini. Non manca, nel testo, anche qualche ingenuità narrativa, come quando definisce l’Italia la Terra al di qua del principato di Trento, come se fosse esistita un’Italia, nel Seicento. Mentre curiosa e inaspettata – soprattutto pensando al Mussolini degli anni dello Staracismo – è l’autoironia con cui il giovane romanziere battezza col suo stesso nome – storpiato in Benizio – il personaggio più perfido e negativo del racconto; mentre, con un romanticismo a tratti infantile, dà a quello destinato a incarnare i sentimenti più nobili dell’animo umano, il nome della donna, per unirsi alla quale, in quel fatidico 1910, si è risolto a scrivere proprio queste pagine: Rachele.

Donna Rachele
Donna Rachele

Per altro, quello de L’amante del cardinale è un Mussolini inaspettatamente femminista, in cui, ai difetti e alle contraddizioni degli uomini, fanno da contraltare le certezze e la rettitudine delle donne. Certezza e rettitudine che insistono anche nella figura di Claudia, la quale è pur sempre l’amante di un porporato e, quindi, una peccatrice. Senza indugiare oltre in questo preambolo al testo, in chiusura, non si possono non segnalare la causticità dello stile mussoliniano, che ben testimonia al lettore di oggi la forza del suo modo di scrivere e la capacità – tipica del polemista avvezzo alle battaglie giornalistiche e ad abbattere l’avversario con sintetica micidialità – di cogliere e denunciare con pochissime parole i tratti distintivi di un uomo o di un’intera collettività di persone. Ne è un esempio, sul finire della storia, la breve sentenza con cui squalifica il clero corrotto dell’epoca: “Quando le ampie e forti mandibole dei servi umili di Dio lavorano, tace la lingua e dorme il cervello”. Un’immagine, purtroppo, perfetta e implacabile nel suo significato ammonitore.
Infine, il lettore non digiuno della biografia mussoliniana, non potrà non rimanere turbato dalle parole che l’autore fa pronunciare alla protagonista della storia, Claudia, in un alterco con don Benizio, il quale le rinfaccia l’illegittimità del suo amore per il cardinale, vaticinandole un futuro triste e drammatico, col popolo che l’additerà:
“Il popolo, dice don Benizio, accecato, trascinerà il vostro corpo per le strade, nel fango e nella vergogna. Non importa – replica Claudia – L’ignominia può essere un trionfo. Il popolo è cieco come tutti gli ingenui. Ama e odia senza discernimento. Fa delle vittime per rimpiangerle e adorarle quando l’ora del fanatismo bestiale è passato”
Misteri e magnificenza della letteratura, dove la fantasia assume i caratteri della premonizione: nel romanzo che Mussolini scrive anche per rafforzare la sua nascente storia d’amore con Rachele Guidi, trova spazio anche Claretta Petacci e il tragico, ma luminoso destino a cui va incontro chi fa dell’Amore per un uomo il faro della sua esistenza.

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