Il Piccolo Principe, ovvero quando “ciò che è essenziale è invisibile agli occhi”

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«Tutti i grandi sono stati bambini una volta (ma pochi di essi se ne ricordano)». Questa una delle frasi che più di tutte rappresenta Il Piccolo Principe, libriccino che a discapito delle apparenze si dimostra in realtà essere un capolavoro ancora oggi a 72 anni dalla sua prima pubblicazione. “Breve ma intenso“, così si potrebbe commentare l’opera letteraria: concentrata in poco più di 120 paginette ed espressa in parole elementari infatti si cela una profonda lezione da apprendere. Chi ha letto il libro lo sa perfettamente: l’ingenuità e l’innocenza dei bambini, la semplicità con cui essi osservano il mondo sapendo cogliere ciò che veramente è importante nella vita – contrariamente alla grigia e “seria” visione dei grandi.

E come non poter iniziare l’anno nuovo tornando bambini per un giorno? Ieri 1 gennaio 2016 è infatti uscito nelle sale italiane l’adattamento cinematografico de Il Piccolo Principe. Notizia ben lieta per qualcuno, molto più preoccupante per qualcun altro. E’ così ogni volta che si viene a sapere che un’opera della letteratura verrà portata sul Grande Schermo: c’è chi freme per l’entusiasmo e chi invece si fa prendere dal panico pregando che gli autori si attengano il più fedelmente possibile al libro. E da qui derivano le due modalità con cui vedere generalmente film al cinema: come trasposizione cinematografica oppure come film a sé stante.

Ma non è questo il caso de Il Piccolo Principe: già dal trailer infatti si evince che gli autori della pellicola si sono sbizzarriti molto, uscendo dai canoni dell’opera scritta e introducendo una storia parallela alla favola originale. Non c’è da stupirsi, d’altro canto: quale sorta di film sarebbe uscito se si fosse rimasti fedeli alle scarse 120 paginette del libro? Quindi in questo caso più unico che raro il film lo si deve vedere con due nuove lenti: con gli occhi di un bambino oppure con gli occhi di un adulto. Ovviamente è preferibile la prima scelta: si coglierà il significato più profondo della storia che gli autori dell’opera cinematografica hanno voluto trasmettere prendendo in prestito la famosa favola del dolce bambino dai capelli dorati, senza guardare tanto alla forma quanto più al contenuto. Perché una delle lezioni più importanti che Il Piccolo Principe insegna è proprio che «ciò che è essenziale è invisibile agli occhi». Non è tanto importante la trama intrinseca del libro, semmai lo è il suo messaggio.

Ovviamente a livello di forma cinematografica il film si dimostra di alta qualità: una regia ricercata e pulita ed una sceneggiatura per nulla banale rendono questa pellicola assolutamente piacevole e godibile – nonché estremamente commovente.

Ma senza tanti giri di parole, c’è da annunciare sin da ora che recensire con completezza questo film in un articolo di giornale è senza ombra di dubbio impossibile (men che meno senza fare spoiler): analizzare tutte le caratteristiche, tutte le dinamiche, tutte le scene è un lavoro non da poco, poiché dietro ogni inquadratura, dietro ogni personaggio, dietro ogni vicenda de Il Piccolo Principe si nasconde un significato profondo. Si può affermare che il film si dimostra estremamente attinente ad una certa parte del libro, riportando fedelmente ad esempio molte citazioni originali dell’opera scritta. Tuttavia si evince anche abbastanza facilmente che purtroppo invece altri temi che il libro affronta nel film sono stati tralasciati o appena sfiorati. Questo perché probabilmente gli autori cinematografici hanno voluto rimarcarli nella storia parallela.

E uno di questi è sicuramente il tema dell’addomesticamento. Il film pone l’accento su questo argomento in maniera diversa rispetto alle linee della trama del libro, ma il risultato è ugualmente efficacie: mostra quanto l’amicizia in un mondo divenuto “troppo adulto” non solo sia comunque possibile, ma addirittura necessaria. Viene messo in risalto quindi uno dei grandi paradossi della nostra società, e cioè che si dà tanto credito alle norme sociali che governano le relazioni tra persone civili senza che si instaurino vere e proprie relazioni. E’ questo il significato di addomesticare: trovare qualcuno che sia unico al mondo e avere bisogno l’uno dell’altro.

Ciò che inoltre più colpisce nel profondo di questo film è proprio il Piccolo Principe. Non il personaggio in sé, bensì ciò che egli rappresenta nella storia: nel libro la sua figura è correlata al narratore, è il suo bambino interiore che egli riscopre nella solitudine del deserto; nella trasposizione cinematografica invece il Piccolo Principe assume il compito di ruolo, ossia ci si accorgerà che diversi personaggi durante lo scorrere del racconto assumono il ruolo (invisibile agli occhi) di Piccolo Principe per riportare chi è sulla via della “serietà adulta” all’innocenza infantile, per “addomesticare” coloro a cui si tiene e creare un rapporto unico all’insegna dell’ingenuità dei bambini, che si rivela assai più saggia della compostezza dei grandi.

Infine, per evitare facili equivoci, c’è da sottolineare che Il Piccolo Principe non si vuole porre come mera “apologia alla fanciullezza”: non intende in alcun modo contagiare lo spettatore con la Sindrome di Peter Pan, ma più semplicemente ricordare a tutti gli adulti in sala che diventare grandi non significa necessariamente perdere quella vena di innocenza che fa dei bambini le magnifiche creature che sono. Poiché, come afferma chiaramente anche il vecchio Aviatore, «il problema non è diventare grandi, ma dimenticare».

Dunque, ecco un modo originale e spassionato per iniziare l’anno nuovo: farsi cullare da questa favola moderna e riscoprire il fanciullo che è dentro di sé, facendosi “addomesticare” dal Piccolo Principe.

di Giuseppe Comper

[Photocredit www.taxidrivers.it]

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