IN MORTE DI MUSSOLINI: PERCHE’ GLI ALTRI NON ERANO MIGLIORI

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Oggi per l’Anniversario della Morte di Benito Mussolini e Claretta Petacci, la sua compagna, nel giorno del 28 Aprile, riportiamo per intero un’intervista che vuole essere solo una testimonianza storica di prima mano, di quelle testimonianze che dovrebbero servire per far capire che “gli altri”, quelli che si sentono “adesso” i pacifisti, testimoni e portavoce di una “verità assoluta” non erano certo migliori del “nemico” che andavano combattendo.

Dopo un conflitto che ha diviso italiani da italiani, è impossibile nel 2014 non capire che il punto di vista sulla storia non si può esprimere fuori dal contesto storico, per questo si riporta un’intervista che fece ripensare a tante posizioni sulla morte del Duce, ma non abbastanza da riuscire a contestualizzare un periodo storico, quello che va dal ’45 al ’48, che anche oggi viene interpretato anziché letto per farne politica attuale. Il Vero Storico”, una difficile se non impossibile soluzione pragmatica agli eventi che si succedono nel tempo, è la sfida di ogni intellettuale, avulso dall’ideologia e dal proprio credo. Su cui vale la pena fermarsi per capire chi siamo, da dove veniamo e dove vogliamo andare.

Ecco la testimonianza di una signora, Dorina Mazzola, che viveva in quel periodo proprio di fronte al casale in cui furono malmenati e poi mitragliati il Duce e la Compagna, prima di essere umiliati, esposti e impiccati di fronte alla pubblica piazza. Poco meno, poco più di quanto accade ora, in paesi che mai ci sogneremmo di definire liberi o democratici. Vittime di una politica che “gli altri” andavano combattendo, dati alla giustizia con gli stessi metodi che condannavano, incongruenze non da poco. (ndr la pena di morte)

Stando alle dichiarazioni della stessa e delle sue figlie alle quali aveva raccontato quello che vide, il motivo del loro, così lungo silenzio, era dovuto alle minacce che avevano subito” ndr Il Littorio.

“Ricordo tutto di quel giorno, nomi, azioni, vicende, parole…e non voglio morire portandomi questo peso sullo stomaco”, queste le parole della signora Dorina rivolgendosi a Giorgio Pisanò.
“Quindi lei ha visto uccidere Claretta Petacci! E Mussolini, ha visto uccidere anche lui?” questa la domanda di Pisanò alla signora Dorina, e lei: “no non l’ho visto uccidere, quando lo vidi era già morto, ma so quando e dove gli hanno sparato. Almeno due ore prima di uccidere Claretta.”

Iniziò così il racconto della signora Mazzola: “mi svegliai verso mezzanotte per via del continuo rumore di passi che sentivo sotto la finestra della mia stanza. Mi alzai dal letto senza fare rumore e senza accendere la luce, vidi molti partigiani che salivano per Via del Riale verso Bonzanigo, con loro c’erano anche due donne. Non sapendo cosa stesse succedendo tornai a letto. La mattina mio padre ci disse di non uscire, tirava una brutta aria, c’erano facce mai viste in Paese e c’erano uomini armati. Erano le 8:30 quando andai alla finestra del secondo piano per vedere questi uomini, conosco gli orari perché spesso guardavo l’orologio del campanile, ma non vidi nessuno. Stavo per mettermi stirare quando sentii due colpi di arma da fuoco che provenivano dalla parte sinistra di Bonzanigo. Tornai alla finestra del secondo piano e continuarono i colpi, questa volta di fucile e sparati da destra, in aperta campagna. Faccio presente che casa De Maria dista dalla mia in linea d’area 100 metri e 15 in altezza. E’ da lì che sentii gridare, come una furibonda lite, Giacomo De Maria batteva i pugni sul tavolo e Lia De Maria piangeva disperata urlando ‘sono cose da capitare in casa mia?!?’, data la maggiore altezza di casa De Maria rispetto alla mia notai alcuni uomini solo dalla cintola in su, che si agitavano tra la porta di casa e la cantina nel cortile antistante.

Tra loro ricordo bene uno dalla testa calva, che nonostante la fredda mattinata indossava solo una maglietta bianca e camminava zoppicando. Fu allora che dalla finestra della casa si affacciò una giovane donna che gridava ‘aiuto! Aiuateci!’, ma qualcuno la tirò dentro mentre lei continuava ad urlare e a piangere.
L’uomo con la maglietta bianca non lo vedevo più e dopo poco sentii, perfettamente cadenzati, 7 colpi.

La bolgia continuò, uomini che entravano e che uscivano da casa De Maria, ad un certo punto un’altra sparatoria e il baccano cessò, si sentivano solo le due donne, Lia De Maria e l’altra, che urlavano e piangevano. Erano circa le 10:00, ero terrorizzata ma la curiosità mi riportò alla finestra, e sentii ancora le donne piangere e la donna che gridava ‘ma perché?!? Perché?!?’.

Non potendo fare nulla per loro tornai dentro casa ma dalla finestra scorsi un auto scura, parcheggiata su Via Albano. Uscii per dar da mangiare ai piccioni, nessuno aveva ancora provveduto, e lì vidi un gruppo di uomini scendere da Via del Riale, erano partigiani, uno di loro si sedette sul muretto, aveva con se un fagotto di indumenti, coperte e mi sembrò anche un cappotto. Ad un certo punto spuntarono dalla curva altri tre uomini che camminavano lenti tenendosi a braccetto, la donna che urlava era dietro di loro e di colpo si buttò ai piedi dell’uomo che si trovava in mezzo.

Un terzo gruppo si avvicinò agli altri, con esso c’erano due donne, si fecero tutti intorno ai tre che camminavano lenti, e mi sembrò di vedere che a quello di mezzo alzarono prima un braccio e poi l’altro. Ad un certo punto vidi che all’uomo di mezzo fu cambiato il cappotto, prima era militare ora era di un taglio borghese, aguzzando la vista mi accorsi anche che quell’uomo non camminava con le sue gambe veniva tirato su da sotto le braccia e che la testa gli pendeva sulla sinistra…l’uomo era morto. Non potevo immaginare che quell’uomo fosse Mussolini e la donna ai suoi piedi la Petacci.

La giovane donna si gettò nuovamente alle gambe del morto, urlando e stringendole così forte che gli sfilò uno degli stivali. Mi ricordo perfettamente di aver visto con i miei occhi uno dei partigiani che tolse bruscamente lo stivale dalle braccia della donna e tentò di rinfilarlo al piede dell’uomo morto, ma fece cenno agli altri compagni di non riuscire. Si vedeva che avevano tutti fretta e la donna gli faceva perdere tempo, si fermava, si divincolava, piangeva e urlava ‘cosa vi hanno fatto!!! Come vi hanno ridotto!!!’.

Ad un certo punto la donna allungò il passo lasciando un po’ indietro il resto del gruppo, erano in direzione di Via del Riale verso Via Albana, quindi non a più di 6/7 metri da me, fu allora che partì una raffica di mitra che colpì anche la mia casa. A quel punto sentii delle urla, degli insulti che si avvicendavano ‘cosa hai fatto?!? Pezzo di merda!!! Chi ha sparato?!?’, tra quelle ne riconobbi alcune familiari, Carlo De Angeli, Pietro Faggi che morì un anno dopo e Paolo Guerra che poi divenne sindaco comunista di Tramezzo. Sembrava volessero spararsi tra di loro.

Raggiunsi la finestra della cucina che dava sullo slargo, mia madre cercava di portarmi via da lì, poi sentii due colpi di pistola e la baraonda cessò. Allora ricomparve l’uomo sorretto dai due partigiani seguiti da due uomini distinti e due donne che indossavano delle pellicce, uno degli uomini portava a tracollo una lussuosa macchina fotografica. Vidi che alcuni partigiani si chinarono nuovamente ai piedi dell’uomo morto per tentare di infilare il famoso stivale ma senza riuscirci.

Da quella posizione potei vedere bene l’uomo in mezzo agli altri e mi accorsi che era lo stesso che vidi zoppicare nel cortile di casa De Maria, sotto il cappotto, adesso aperto, portava la maglietta bianca che avevo visto ma lacera e insanguinata, una fascia legata sui fianchi e sempre il passamontagna in testa. Di colpo, alla mia destra, comparvero altri partigiani che portavano un altro corpo a braccia con su un cappotto, fu allora che capii perché non avevo sentito più la giovane donna urlare, perché la raffica di mitra era stata esplosa contro di lei, uccidendola. Il campanile rintoccava mezzogiorno, mi spostai sulla finestra al secondo piano e non vidi più nessuno, vidi solo la macchina nera allontanarsi verso la Via Regina.

Da quel momento ci fu silenzio assoluto, solo tra le 15:00 e le 16:00 sentii altri colpi di mitra che provenivano dal punto in cui terminava Viale delle Rimembranze. Verso le 16:00, anche se terrorizzata, dovetti uscire per fare delle spese ad Azzano e fui costretta a passare vicino alla fontana, notai che li a terra c’erano macchie di acqua e sangue…ad un certo punto mi sentii chiamare dalla casa di fronte la fontana, era il signor Gilardoni, notai che mi chiamava restando nascosto. Mi raccontò che un’ora prima c’erano dei partigiani che sparavano in aria dirigendo la gente verso Azzano, poi arrivò, su da Viale delle Rimembranze, un’auto scura da dove tirarono fuori un uomo morto e insanguinato, lo poggiarono in terra vicino alla fontana, gli tolsero una maglietta bianca e lo lavarono con dei panni che gettarono poi nel torrente. Alla fine lo rivestirono con la stessa maglietta e altri indumenti e lo portarono via a braccia giù per via delle Vigne. In quel momento sentimmo altre raffiche provenire dalla zona di Giulino, erano le 16:25, volevo sapere cosa stesse accadendo e anche se il signor Gilardoni me lo sconsigliò, io mi ero già avviata per Via delle Vigne che dopo poco termina in Via 24 maggio, la Via che porta a Giulino di Mezzegra.

Camminando, notai che in terra c’erano macchie di sangue che si interrompevano bruscamente all’incrocio con Via 24 maggio, pensai che lì il cadavere doveva essere stato caricato su un’altra macchina, incuriosita presi Via 24 maggio ma dopo una ventina di metri fui fermata da due partigiani che i mitra puntati verso di me ‘dove vai?!?’ mi chiesero, ‘a Giulino’ risposi, ‘non si può di qua, devono scendere delle automobili, se vuoi andare a Giulino prendi la scorciatoia’. Avevo il sole davanti alla faccia, ma sempre più curiosa misi una mano davanti agli occhi e scorsi un mucchio di auto, compresa quella nera che portava il cadavere, e un gruppo di gente che si agitava davanti Villa Belmonte.”

La signora Mazzola si decise a raccontare la vicenda in seguito alle bugie che continuava a leggere sui giornali, l’ultima, quella dell’Unità del 23 gennaio 1996 che riportava l’ennesima intervista su quello che accadde il 28 aprile 1945, questa volta ad Aldo Lampredi. ndr Il Littorio

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