Itziar Okariz: l’arte nel pisciare in piedi in posti pubblici o privati

Qualcuno una volta disse “arte è ciò di cui non si capisce il significato, ma si capisce avere un significato” definendo un confine invisibile tra scandalo e significato attraversato da un ponte che è l’arte, da sempre discutibile e discussa. Nella 58esima Biennale di Venezia – tenutasi lo scorso maggio – un’artista basca, Itziar Okariz, ha fatto parte del padiglione spagnolo della manifestazione internazionale e la sua presenza ha suscitato qualche stupore e polemica. Il perché? Una delle opere esposte nel padiglione iberico è stato un video, nel quale si vede la Okariz pisciare in piedi in posti pubblici o privati.

Itziar Okariz è un’artista che si diletta soprattutto in performance e nella sua registrazione sonora e video e da una quindicina di anni ha una serie di opere raccolte in Mear en espacios pùblicos o privadosPisciare in spazi pubblici o privati tradotto in italiano – dove si vede, appunto, lei pisciare in piedi sul ponte di Brooklyn a New York, in un giardino e così via. Una volta saputa la notizia della presenza di Okariz alla Biennale, qualcuno ha storto il naso proprio per il tipo di artista e, soprattutto, per il tipo di performance che rivolge al pubblico, ritenendolo di dubbio gusto. E’ comprensibile che questa visione dell’arte di Okariz sia in contrasto con quella di molte persone, ma per giudicarla nella maniera più corretta ne va conosciuto almeno il suo significato. Itziar Okariz utilizza il corpo, pisciando in piedi, per costruire una relazione tra quest’ultimo e lo spazio e lo fa trasgredendo delle norme sociali che sono la base della costruzione sociale, che riguarda l’identità di genere, sessuale, culturale e politica dell’individuo. Non è facile né da capire né da digerire questo tipo di espressione artistica, ma sicuramente colpisce il segno e crea attenzione, specialmente attraverso la scandalizzazione dell’arte, che attira critica e fascino allo scopo di accompagnarle a conoscere il vero senso dell’opera e della storia che si vuole raccontare attraverso l’opera stessa.

Okariz non è la prima a portare un tipo di performance artistica così forte, anzi, ci sono stati altri casi anche più eclatanti. Nel 1974, presso lo Studio Morra di Napoli, un’allora giovane Marina Abramoivc portò la sua opera Ritmo 0. Si presentò al pubblico posando su un tavolo una settantina di oggetti diversi categorizzandoli in strumenti di “piacere” e di “dolore”. Per sei ore, l’Abramovic sarebbe rimasta passivamente a guardare e subire l’utilizzo di quegli strumenti da parte del pubblico, dicendo loro di prendere quello che volevano dal tavolo. Inizialmente la performance ebbe un aspetto unicamente intimo, ma dalla terza ora in poi sfociò in qualcosa di più pericoloso: delle persone presero delle lamette con cui le tagliarono tutti i vestiti, lasciandola nuda o quasi, e con le stesse le tagliarono la sua pelle. Con la paura crescente che qualcuno potesse violentarla, si creò un gruppo di protettori che si azzuffò in un tafferuglio con un altro gruppo, quello degli istigatori, quando l’artista serba prese in mano una pistola carica. Questa folle opera aveva un significato ben preciso, ossia quello di affrontare le sue paure in relazione al proprio corpo, portando alla realizzazione di un’opera come un evento imprevedibile, con altre persone. E tutto questo mettendo a rischio il suo stesso corpo. Sempre l’Abramovic, nel 1997, vincerà il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia con la sua performance Balkan Baroque, dove, davanti al pubblico, pulì in maniera ossessiva tonnellate di femori di bovino per 4 giorni. Questa performance era un atto di denuncia alle nefandezze della guerra di Jugoslavia avvenuta in quegli anni.

Molti artisti sono eccentrici e questa loro caratteristica, oltre a renderli dei personaggi estremamente particolari, permette loro di porsi su un ipotetico palcoscenico dove possono essere visti e sentiti dalla gente per poter raccontare qualcosa che, secondo loro, merita attenzione. Nel 2016, l’artista ed ex modella svizzera Milo Moiré ha portato per le strade di Londra la sua opera Mirror Box. La donna indossava solamente all’altezza del busto una scatola con le pareti esterne ricoperte di specchi e di una videocamera all’interno e invitava i passanti maggiorenni, sia uomini che donne, a farsi palpare le parti intime per trenta secondi. Questa sua performance le costò l’arresto da parte della polizia londinese e ad una denuncia per atti osceni in luogo pubblico, con tanto di processo. Lo scopo di questa Mirror Box fu quello di porre l’attenzione su un argomento molto delicato e, purtroppo, attuale: quello dell’abuso sessuale – l’idea nasce dopo le svariate violenze carnali avvenute nella città di Colonia, in Germania, durante la notte di capodanno del 2016 – . Milo Moiré punta a valorizzare la libertà sessuale e l’idea che le donne non debbano essere considerate come degli oggetti e lo fa estremizzando il tutto per, appunto, catturare e focalizzare l’attenzione su tutto ciò.

Tutti questi esempi danno un’immagine ben precisa sull’arte, sull’artista e sul suo lavoro: l’arte è come un faro e l’artista è colui che direziona la luce in punti bui, mostrandoci qualcosa che non conosciamo o che preferiamo non conoscere. Questo è il motivo nascosto per la quale l’arte è sempre discutibile per qualcuno, anche quando viene riconosciuta come tale. L’estremizzazione dei concetti, dell’immagine e dei gesti di una Okariz, di una Abramovic o di una Moiré scandalizza volontariamente chi sta guardando le loro opere con l’unico obbiettivo di illuminare quell’argomento. Per molte persone il concetto di opera artistica si racchiude in un dipinto o in una scultura, ma l’arte può valicare quei confini, comunque validi e sempre discutibili, per puntare la luce del faro nel buio. Non è necessario essere estremi nello scandalizzare e lo sa bene lo street artist Banksy che, fingendosi un ambulante, a maggio di quest’anno, si è visto cacciare dai vigili da Piazza San Marco a Venezia per aver esposto un insieme di quadri che uniti tra di loro formavano l’immagine di un’enorme nave da crociera che navigava sui canali della città. Il significato di quell’opera stava nel denunciare il turismo sfrenato che sta inondando la meravigliosa città veneta e la pericolosità della navigazione delle navi da crociera così vicina alla città stessa. Qualche settimana dopo, proprio una nave da crociera non riuscirà a fermarsi, a causa di un problema tecnico, incidentandosi con un battello turistico attraccato nel canale della Giudecca, provocando qualche ferito lieve. L’arte pone l’attenzione su qualcosa che si ritiene importante, indipendentemente che piaccia o meno.

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Informazioni su Emanuele Marangon 23 Articoli
Sono un ragazzo cresciuto fin da piccolo con un pallone tra i piedi e un joystick tra le mani, ma crescendo ho trovato decisamente più appagante l'utilizzo di una biro o di una tastiera. Sicuramente mi risulta più semplice parlare di calcio che praticarlo, soprattutto visto il mio fisico esile che mi fa sembrare l'unico insetto stecco con gli occhi