Julius Evola: il maestro della Tradizione -parte prima-

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Il nome di Julius Evola (1898-1974) è ancora per molti versi un tabù in Italia, soprattutto nel mondo accademico e fra i cosiddetti “intellettuali”. La fama di questo autore sembra inchiodarlo inesorabilmente alle esperienze novecentesche dei regimi fascista e nazista, evocando immediatamente nei più l’eco di dottrine totalitarie e razziste. Inoltre Evola viene di solito accusato di essere stato l’ispiratore “ideologico” di alcuni tentativi eversivi tentati da “destra” nel secondo dopoguerra italiano (mi riferisco in particolare alla serie di attentati che hanno portato al cosiddetto “processo ai FAR” (Fasci di Azione Rivoluzionaria), accusati nel 1951 di ricostruzione del partito fascista e di apologia di fascismo).

Di fronte a questi pregiudizi di solito a nulla serve mostrare come Evola durante il ventennio e non dopo, come in genere è accaduto alla gran parte degli intellettuali italiani (ricordo che su 1200 docenti universitari solo 12 si rifiutarono di prestare giuramento di fedeltà al regime (vedi S. Fiori, I professori che dissero no a Mussolini, “La Repubblica.it”, 16 aprile 2000), avesse rivolto, a fianco di innegabili note di apprezzamento, anche critiche molto aspre al regime, tanto che nel 1930 le autorità fasciste posero termine alle pubblicazioni della rivista “La Torre”, di cui Evola era direttore. A nulla serve poi mostrare, testi alla mano, come Evola, ancora una volta durante il ventennio e non dopo, avesse criticato duramente il razzismo biologico nazista. Ed infine in genere a nulla serve ricordare che Evola, dopo aver trascorso sei mesi in carcere, sia stato assolto dai tribunali italiani dall’accusa di apologia di fascismo, formulata contro di lui nel sopra ricordato processo ai FAR.

Tutto questo non conta nulla per i sacerdoti della cultura italiana. La condanna morale nei confronti di Evola una volta emessa solleva definitivamente dalla fatica di andarsi a leggere le opere che Evola ha scritto. Del resto qualcosa di simile è avvenuto anche per due autori del calibro di Martin Heidegger e di Giovanni Gentile, probabilmente i più importanti filosofi del novecento rispettivamente tedesco ed italiano, i quali hanno subito da parte di alcuni ambienti accademici italiani un analogo trattamento (vedi A. Gnoli, Noi nemici di Gentile, “La Repubblica.it”, 26 febbraio 1993). Con Evola naturalmente l’operazione è molto più facile in ragione dello spirito ferocemente antiaccademico che questi ha sempre manifestato e coltivato durante tutto l’arco della sua vita intellettuale.

A dire il vero qualcosa sta lentamente cambiando tanto che un certo numero di intellettuali, tra i più coraggiosi ed anticonformisti, hanno espresso giudizi di apprezzamento per l’opera di Evola. Mi riferisco in particolare al prof. Franco Volpi, compianto docente dell’Università di Padova, al prof. Massimo Cacciari ed al prof. Gianfranco Lami, docente di filosofia politica all’università la “Sapienza” di Roma. Ultimo in ordine di tempo in questo quadro è Diego Fusaro, brillante ricercatore dell’Università San Raffaele di Milano, noto al grande pubblico per le sue apparizioni nella trasmissione “La Gabbia”, il quale ha partecipato con un suo intervento nel 2014 ad un convegno dedicato alla figura del filosofo romano.

Se tutto questo è vero tuttavia, per onestà, bisogna riconoscere che si tratta di episodi del tutto isolati che non scalfiscono l’atteggiamento complessivo della casta accademica, sempre allineata e coperta quando si tratta di attenersi al “politicamente corretto”. E questo a dispetto dell’interesse che un pubblico attento ha dedicato ad Evola, interesse testimoniato dalla ristampa, a partire dagli anni novanta del novecento, di tutte le opere del filosofo romano, tra l’altro in edizioni critiche con saggi introduttivi di intellettuali di grande spessore (Cardini, Parlato, Bonvecchio, ecc…).

A mio giudizio, come cercherò di mostrare nei prossimi articoli, Evola è un autore importante per almeno due motivi: 1- perché recupera una dimensione metafisica del pensare, operazione che consente di riaprire un dialogo proficuo con autori del nostro passato tradizionale e 2- perché attua una radicale critica dell’attuale crisi morale e politica individuandone la causa nel processo di secolarizzazione moderna. Ha ragione quindi, a mio giudizio, Alain de Benoist quando dice che Evola non può essere considerato propriamente né fascista, né nazista, ma che egli piuttosto deve essere visto come un pensatore reazionario, per il quale i punti di riferimento positivi vanno ricercati in quel mondo dell’ancient regime, che la rivoluzione francese ha demolito.

Simone Marletta

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