“LAUREA?! È IL MOMENTO DEL PAPIRO!”

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Vignette satiriche prendono il posto di decorazioni classiche, fatte di fregi e cornici. Il dialetto colorisce, con la propria ambiguità, le originarie ed umoristiche espressioni di lode. La matita accentua i difetti, aumenta le proporzioni, ridicolizza la figura sottostante il nome di importanti atenei. Durante la sua lettura l’alcool diviene un obbligo, il lancio delle uova un dovere, il pomodoro un unguento per la pelle, e la farina l’ingrediente segreto per amalgare gli odori e i sapori del “buon laureato”.

Che cos’è? Il papiro di laurea naturalmente!

Dalle epigrafi celebrativi del XVII secolo, passando per la grafica robotica e geometrica dell’avanguardia futurista, sino a giungere alle prime caricature a figura intera, il papiro di laurea ha mantenuto l’originario scopo di celebrare la fine del percorso di studi universitario, oggi accompagnato dal racconto in chiave satirica delle “gesta” di vario tipo del laureato.

Il contesto in cui nasce il papiro è la vita goliardica, il cui centro era il caffè letterario, come il Florian di Venezia o il Pedrocchi di Padova. Sarà sul finire del XX secolo che gli studenti bolognesi, animati da un professore del calibro di Giosuè Carducci, faranno proprio il termine “goliardia”, durante i festeggiamenti dell’ottavo centenario dell’Università di Bologna (1888). Sulla base del modello tedesco suggerito da Carducci, i festeggiamenti videro un buffet imbandito, in cui comparivano i chili di formaggio offerti dall’ateneo di Pavia, accompagnato dai litri di vino Barbera portato dagli studenti torinesi, il tutto allietato dalla sfilata di Bacco e delle sue baccanti pavesi, assieme al bue di Palazzo del Bo. È proprio in questo momento che il papiro, e la figura della “matricola” che accompagna, entrano in scena. Inteso come il documento testimoniante la fine delle derisioni che le matricole, gli iscritti al primo anno, subivano dagli studenti più anziani, veniva arricchito con frasi e vignette oscene dagli artisti ingaggiati da quest’ultimi, i quali facevano decorare un “papiro” recante le proprie gesta goliardiche al termine degli studi. Durante gli anni ’20 e ’30 prevale l’alternanza dei colori bianco/nero introdotta dalla già citata avanguardia futurista, ma purtroppo la seconda guerra modiale determina un calo della produzione papiristica, che si riprenderà nel periodo post bellico.

E le donne? Risale al 1880 la prima epigrafe celebrativa per la conclusione degli studi di una giovane iscritta ad una scuola di specializzazione, caratterizzata da una descrizione “di costume”, quindi basata sul modello della donna come moglie e madre. Anche dopo il 1919, anno del riconoscimento della parità dei diritti di genere in ambito universitario, lo stereotipo tradizionale femminile viene mantenuto. Sarà con il secondo dopoguerra, e l’affermazione dei movimenti emancipazionistici, che il papiro delle laureate comincerà ad essere ironico e indipendente dagli stereotipi.

Laura Padoan

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