L’errore a Destra di andare contro l’Islam

Una piccola escursione nella nostra storia per capire quale sia stato il variegato e ambiguo rapporto fra Mussolini, il facismo e la religione islamica

1
77

In questi giorni, per reagire alle mostruosità di Parigi forse il modo migliore è dare un’occhiata nel profondo bacino della nostra storia di Destra. Un viaggio più che necessario, al fine di sfatare qualche mito e inquadrare un po’ meglio la verità. Verità che sembra sfuggirci di mano sotto i colpi della reazione mediatica alla tragedia parigina, troppo spesso scoordinata e caratterizzata da un’ ignoranza dei fatti storici che hanno caratterizzato i rapporti del nostro paese, specie durante il ventennio fascista, con l’Islam.

Oggi molte persone che si ritengono di Destra, anche se prima erano di centrodestra, esprimono una forte opposizione all’Islam, frequentemente quasi endemica e caratterizzata anche in questo caso da una carente conoscenza delle caratteristiche religiose e culturali che contraddistinguono il vero fondamentalismo islamico. Si citano espressioni della Fallaci, non considerando il fatto che lei ragionava da forte atlantista. Un pensiero un po diverso da quello che contraddistingue tutta quella destra che vede negli USA un nemico alla pace mondiale.

Durante il ventennio mussoliniano i contatti con il mondo arabo furono molteplici ed ebbero diverse sfaccettature, spesso collegate alle trasformazioni sociali e politiche che stava vivendo la penisola, ancora preda del suo miraggio coloniale.

Già con la creazione della “Libia italiana” nel 1934 il regime fascista cercò di puntare su una progressiva integrazione fra i coloni italiani e la popolazione autoctona attraverso la creazione di numerosi insediamenti italiani e ampi investimenti per lo sviluppo delle Infrastrutture locali. Mussolini ricevette anche in dono da un capo tribale la “spada dell’Islam” importante reliquia per le popolazioni berbere La convivenza fra le truppe di occupazione e la popolazione locale non fu però sempre facile.

Fin dai primi mesi dell’occupazione italiana fu attivo il movimento di resistenza libico che con le proprie azioni di guerriglia impensierì non poco le truppe di occupazione che reagirono con sanguinose rappresaglie ai danni della popolazione civile inerme. Il governo fascista però preferì tentare di  abbandonare  la strada di una soluzione militare e provare la via di una pacificazione progressiva dei rapporti con la popolazione locale arrivando, anche a giocare l’importantissima carta religiosa costruendo numerose moschee e riconoscendo i libici “musulmani italiani della quarta sponda d’Italia”.

Una politica, quella di conciliazione religiosa, che Mussolini aveva già utilizzato nel 1929 con il primo Concordato per ottenere l’appoggio di larghi strati della popolazione italiana.

I risultati della politica fascista nei confronti dell’Islam rappresentano tuttora un pagina molto oscura della storia italiana e per avere una lettura corretta di quella che era la posizione di Mussolini nei confronti dei sentimenti religiosi degli autoctoni è necessario cercare di leggere i provvedimenti del Duce con il pragmatismo che aveva contraddistinto le sue scelte di allora. Mussolini aveva intuito che i mezzi utilizzati fino a quel momento da Graziani e da Badoglio sarebbero serviti solamente a peggiorare i rapporti con i libici. La crudele repressione e le fucilazioni non potevano essere di certo una soluzione produttiva di qualche risultato. Una politica di integrazione culturale e religiosa era più conveniente ai fini di una pacificazione definitiva del cosiddetto “Impero italiano”.

Il generale Rodolfo Graziani
Il generale Rodolfo Graziani

Tirando le somme, è difficile definire la figura di Mussolini filo-araba o filo-islamica, dal momento che le politiche di integrazione religiosa portate avanti dal regime fascista ebbero come obbiettivo primario la semplice pacificazione del Paese e la progressiva accettazione da parte della popolazione locale del nuovo governo che comunque intervenne in quei territori con importanti finanziamenti volti ad assicurare benessere.

D’altro canto è impossibile configurare le politiche mussoliniane esplicitamente anti-islamiche, dal momento che le concrete iniziative prese dal governo di occupazione sul versante religioso furono favorevoli nei confronti del credo delle popolazioni berbere. Non vi furono persecuzioni di tipo religioso contro le popolazioni di tipo libico, le repressioni, durissime, furono sempre condotte con l’obiettivo politico e militare di indebolire la resistenza libica del capo Omar al- Muktar.

Oggi la pseudodestra sembra entusiasta del vigore dato dalla tragedia parigina a certe teorie secondo le quali Mussolini sarebbe stato il paladino del controllo dell’immigrazione e della lotta contro l”invasione”. Si tenta di creare un parallelismo storico inesistente. Gli spostamenti biblici di oggi erano all’epoca sconosciuti e del resto i musulmani in Italia negli anni ’30 erano probabilmente poche centinaia.

La pseudodestra deve oggi accettare che il terrorismo islamico è un problema di oggi, un problema che non è mai appartenuto alle cronache del Ventennio e che Mussolini del resto non si è mai trovato ad affrontare.

In questi concitati giorni basta sfogliare un qualunque giornale di centrodestra per leggere titoli che inneggiano al fatto che la Fallaci avesse ragione nel considerare l’Islam un “nemico che non vuole dialogare”. Una semplificazione quasi forzosa di un problema dalle mille sfaccettature. La civiltà occidentale deve fare lo sforzo di accettare che il problema che ci troviamo ad affrontare in queste ore è e rimane un problema nostro, di oggi e della nostra generazione. Saremo noi a dover trovare una soluzione politica, morale e giuridica.

Una lezione Mussolini, nonostante i suoi errori, ci lascia: la religione va capita e non combattuta. Non sarà infatti mai possibile cancellare un’idea o un credo considerato sbagliato con la forza. Solo il dialogo e la determinazione nel rispettare i nostri valori e sentire la voce degli altri ci porterà fuori dal tunnel di paura creato dal terrore.

Nicola Rinaldo

Comments

comments