L’INTRAMONTABILE E ATTUALE “CAFE’ EXPRESS”

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Quella notte fischiava il vento e urlava la bufera nella ferrovia che vide salire sul treno Michele Abbagnano col suo cesto di caffè caldo da vendere abusivamente ai passeggeri. E’ lui il protagonista di “Cafè Express”, film del 1980 di Nanni Loy, interpretato da un egregio Nino Manfredi, abile nell’incarnare un’Italia che vive ai margini della società, costretta a “riciclarsi” pur di portare il pane a casa. La sua è una storia di sopravvivenza, una battaglia contro la fame, portata avanti per amore di un figlio malato che, a soli quattordici anni, scappa dal collegio in cui era “l’unico orfano, ma col padre vivo”.

E’ un’Italia in cui non c’è spazio per l’infanzia, per i sogni, i progetti, a meno che non si abbia la possibilità di viaggiare in prima classe. Ma Michele appartiene ad una “classe declassata” e, perciò, deve inventarsi un mestiere; come le sue storie, che cambiano di carrozza in carrozza, non tanto per farsi lasciare la mancia o impietosire l’interlocutore: Michele racconta storie diverse riguardo la sua mano paralizzata, che però presenta a tutti come se fosse di legno, solo per rendere vivo l’arto che ha ormai perso e dal quale potrebbe dipendere la sua condanna.

Gran parte del film si svolge all’interno del treno che parte da Vallo della Lucania diretto a Napoli, sul quale tutti conoscono “quello che dà il caffè”. Il protagonista incontrerà una serie di personaggi tutti consapevoli che il caffè venduto è illegale, eppure nessuno rinuncia a prenderne una tazza, forse solo per scambiare due chiacchiere. Quello di “Cafè Express” è un riso amaro, è ciò che Pirandello definirebbe “umorismo”, il quale viene dopo la consapevolezza data dalla riflessione. Sono molti gli spunti su cui soffermarsi, per esempio il ruolo dell’autorità: i controllori si rivelano facilmente raggirabili e lo stesso vale per i carabinieri. L’unico, forse, capace di farsi rispettare è l’Ispettore Capo, che però, data la situazione di Abbagnano, sceglie di lasciarlo andare “per mancanza di prove”: copione sentito troppo spesso, soprattutto nelle cronache più recenti.

E’ una comicità dietro la quale si cela una grande tragedia umana: l’abbandono da parte di uno Stato che non assolve più ad uno dei suoi compiti principali, cioè tutelare i suoi cittadini. Del resto, Abbagnano vuole solo racimolare un po’ di denaro per comprare le medicine necessarie al figlioletto malato d’asma.  E sarà proprio quest’ultimo a rivelarsi l’eroe della storia: con una sceneggiata in cui finge di avere un malore, salva il padre dall’arresto in una scena finale poco chiara, che si potrebbe definire “all’italiana”. Abbagnano riesce a scamparla e tutto si conclude con un nulla di fatto, poiché nessuno dei carabinieri vuole assumersi la responsabilità di firmare l’arresto del protagonista. E’ la mancanza di coraggio nell’adempiere fino in fondo al proprio ruolo, o, forse, è solo solidarietà implicita nei confronti di un uomo in evidente difficoltà.

Alla vincenda pricipale si intrecciano molte altre storie, che danno uno spaccato realistico della società del tempo: la famiglia di un ragazzo morto in una cava, nella quale lavorava senza assicurazione, viene ignorantemente “fatta tacere” con una gentilezza fraudolenta; un uomo, affetto da strabismo che non gli ha permesso di diventare carabiniere, tenta la fortuna e si va “a presentare per un posto”; il perbenismo di una suora è messo a dura prova da una coppietta di amanti che si scambiano effusioni nella carrozza affianco; un gruppetto di imbroglioni vuole coinvolgere Abbagnano nel proprio traffico losco; alcuni imprenditori della prima classe sono disposti ad offrire un posto da guardiano al protagonista.

Ogni carrozza del treno presenta una storia particolare, ma la maggior parte si somiglia: tutte, infatti, sono venate da una sottile ironia, intelligente e tipicamente popolare, verso l’ambiente che le circonda. Quello che doveva essere un tranquillo viaggio notturno si rivelerà un’imperdibile occasione per conoscere l’Italia degli anni ’80 e, rivisto con gli occhi del XXI secolo, anche un po’ quella attuale, paradossalmente ancora bloccata in simili schemi.

 

[Photo edit from www.sannioweek.it]

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