Lo Stato corporativo e le radici socialiste del fascismo italiano

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Destra e Sinistra, fascismo e socialismo: oggigiorno, soprattutto nella nostra Italia, quando vengono nominate queste due ideologie socio-politiche le si accostano a precise immagini mentali e concettuali, oltre che iconografiche, in riferimento al proprio soggettivo punto di vista: c’è chi parla del fascismo con nostalgia e chi ne parla con veemenza nei suoi confronti, come c’è chi racconta il socialismo con fierezza ed orgoglio e chi invece criticandolo sotto ogni aspetto.

Interessante è constatare che ancora oggi spesso (non sempre) chi si identifica con la Destra necessariamente e a priori attacca la Sinistra, così come chi si colloca a Sinistra aborra tutto ciò che viene dalla Destra. Come se fascismo e socialismo fossero due mondi opposti e inconciliabili tra loro, come se non avessero nulla in comune e nulla di che spartire culturalmente l’uno con l’altro. Pensiero pressoché errato, guidato da luoghi comuni e leggende metropolitane createsi intorno a queste due ideologie, poiché se si studia più in profondità la materia si vedrà che fascismo e socialismo, Destra e Sinistra, non sono sempre e comunque poi così diversi. E la storia offre molti spunti da cui partire nell’analisi di questa riflessione.

In politica economica infatti lo Stato fascista italiano di Benito Mussolini e quello socialista russo di Vladimir Lenin non differivano in quasi nulla: entrambi i modelli presentavano una forte centralizzazione del potere statale, nonché la progressiva nazionalizzazione delle imprese economiche. In ambedue i sistemi insomma lo Stato si faceva carico della vita civile ed economica della società – non per nulla si parla di capitalismo di Stato, non diversamente dall’attuale Cina comunista. Infatti nel 1939 l’Italia risultava essere uno tra i Paesi con il più alto numero di imprese nazionalizzate – seconda solo alla Russia, appunto.

Sia nello Stato corporativo fascista sia in quello socialista il concetto di individuo assestante era sostituito da quello di individuo all’interno ed al servizio dello Stato, ossia della propria comunità. Così come, vicendevolmente, lo Stato doveva porsi al servizio dei cittadini. «Il cittadino nello Stato fascista non è più un individuo egoista che detiene il diritto antisociale di ribellarsi contro ogni legge della Collettività», scriveva infatti lo stesso Mussolini nella sua autobiografia del 1928, rendendo immancabilmente chiara la sua avversione al capitalismo liberale. Difatti nell’Italia fascista scioperi e serrate erano vietati per legge, poiché lo Stato doveva porsi come coordinatore delle relazioni lavorative all’interno delle aziende: i conflitti sociali andavano gestiti e risolti, non accentuanti con scontri violenti e che minassero all’unità nazionale.

Non solo: molte delle riforme economiche attuate dal fascismo italiano e dal socialismo russo sono state riprese nel Dopoguerra non solo dai due Paesi interessati, ma anche da altre nazioni occidentali. Per fare solo un esempio, la nascita del Welfare State, o Stato Sociale, nella democraticissima Inghilterra, misura economica che prevedeva l’assistenza e la sussistenza dei cittadini da parte dello Stato, con un ovvio incremento della spesa pubblica a discapito (leggero o pesante) dell’imprenditoria privata. Misura economica elaborata e messa in pratica non dalla Destra conservatrice, ma dalla Sinistra laburista britannica.

Non è da scordarsi che Benito Mussolini proveniva in effetti dal mondo della matrice di Sinistra italiana, dei quali ideali lo stesso Duce rivendicò di non aver mai abbandonato: iniziato come militante dello storico PSI, divenne in seguito direttore del giornale di partito Avanti!. La sua carriera all’interno del Partito Socialista arrivò a concludersi quando venne espulso per i suoi moniti interventisti e nazionalisti durante la Prima Guerra Mondiale. Ma la cultura di cui si era fatto portavoce in epoca giovanile la si può osservare anche e soprattutto quando arrivò al governo del Paese, tant’è che il modello di Stato corporativo di cui il PNF si fece ideatore intendeva porsi come “terza via” tra lo Stato liberale individualistico e quello socialista, tentando di abbattere i limiti di entrambi i modelli.

In conclusione, la lezione che questa volta la storia insegna è di non farsi ingannare dai nomi e dai colori politici. Spesso e volentieri bianco e nero – o, in questo caso, Rosso e Nero – non sono poi così diversi l’uno dall’altro: possono mostrare sfumature che accomunano più idee, seppur provenienti da mondi apparentemente agli antipodi.

di Giuseppe Comper

[Photocredit biografieonline.it]

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