L’Odissea di Kubrick e la Guerra fredda sulla Luna: il nuovo viaggio di Buffa nel capolavoro cinematografico

“Dio mio quante stelle”. Da Clarke a Kubrick un triplo salto di dimensione. La fantascienza come filosofia. Uno shock puro, visivo e sonoro. Federico Buffa racconta “L’Odissea di Kubrick”. Photo credit [Giuseppe Papalia]

Dopo Muhammad Ali – A night in Kinshasa nel 2017, e Il rigore che non c’era nel 2018, Federico Buffa è tornato per la quarta volta a Verona, nel suggestivo teatro romano carico di secoli di storia, per presentare in anteprima nazionale il suo nuovo lavoro: l’Odissea di Kubrick. Celebrandone, all’interno del Festival della Bellezza, co-produttore dello spettacolo, il recente cinquantesimo anniversario d’uscita.

Una ricorrenza spettacolare, così come spettacolare è stata la risposta del pubblico per il noto giornalista sportivo: da tutto esaurito.

Buffa, complice soprattutto l’arrangiamento dal vivo della colonna sonora del film, magistralmente eseguita dal maestro Alessandro Nidi e dalla sua band, trascina letteralmente lo spettatore all’interno dell’Odissea più attuale mai portata avanti dall’uomo moderno: quella nello spazio.

Una tematica attuale, su cui molti ancora oggi si interrogano e che negli anni della Guerra fredda ha dominato lo scenario internazionale nella corsa frenetica dell’uomo bianco alla conquista della luna. Tra miti e leggende sul reale allunaggio dell’Apollo 11, il 20 luglio del 1969.

In questa sua ultima creazione Federico Buffa va a sviscerare, all’interno di quello che a ragione è considerato il più innovativo film di fantascienza mai prodotto, il rapporto tra l’uomo e il cosmo, partendo dal punto di vista di Kubrick stesso.

Il grande storyteller apre uno squarcio nella mente del regista, presentandone i più intimi pensieri e le più intime preoccupazioni: dalla genesi del colossal fino alla sua uscita nelle sale. Percorso che fu fitto di difficoltà durate quattro anni e imputabili nella maggior parte all’ossessività maniacale di Kubrick, che nonostante i numerosi “no” ricevuti e lo spropositato budget speso, continuò minuziosamente a ricercare ovunque la perfezione: nella colonna sonora, che volle rigorosamente essere di musica classica e soprattutto nella rappresentazione degli alieni.

Quest’ultimi, portatori di un’intelligenza superiore e perciò perfetta, destinati a predominare – nell’avanzamento tecnologico della società riflesse all’interno di quello che si dice essere uno dei grandi capolavori della storia del cinema mondiale – su quella finita e imperfetta dell’uomo; in grado di rispecchiare, anche esteriormente, questa compiutezza.

Ecco che allora, dopo lunghi periodi di riflessione, passati anche senza girare una scena, il grande regista Stanley Kubrick si sblocca e all’interno della sua mente si figurarono le risposte alle sue molteplici domande: “se gli extraterrestri ci sono, dove sono? Ma soprattutto come sono?”. La risposta appare ovvia: come esseri geometrici e armoniosi, incarnati dal lucidissimo monolite, simbolo sempre presente. Tanto quanto sempre presenti rimasero le sue ossessioni.

Kubrick fu, con la sua Odissea, un visionario. Moltissima della nuova tecnologia che solo immaginò per il suo futuro, quali videochiamate, iPad o ibernazione, per noi sono oggi realtà attuale, ma non solo: egli fu anche in grado di portare sul grande schermo, dichiarando così l’atemporalità e perciò l’immortalità della sua opera, l’aspirazione senza tempo di tutti gli uomini: l’esplorazione del cosmo al sospiro di “Dio mio quante stelle”.

di Isabella Mora