“Lui è tornato”: ovvero il ritorno di Adolf Hitler

0
1128

“Lui è tornato”, ma solo per tre giorni in Italia. Il libro di Timur Vernes è stato infatti trasportato su pellicola nel film diretto dal regista David Wnendt. La storia racconta del ritorno sulla scena mondiale di Adolf Hitler a circa 70 anni dalla sua scomparsa, dovuta al (presunto) suicidio nel bunker della cancelleria di Berlino nel 1945. Una storia interessante innanzitutto perché per lungo tempo non si seppe il destino del Cancelliere del Reich, scomparso tra le rovine di una Berlino distrutta dai bombardamenti dagli alleati e dalle truppe dell’Armata Rossa. Solamente al termine guerra fredda venne confermato che il corpo era stato trovato nel cortile della Nuova Cancelleria del Reich e portato in gran segreto a Mosca. Stalin volle mantenere ancora in vita il mito del “cattivo” dittatore di un Paese, la Germania, che aveva invaso l’Unione Sovietica a sorpresa nel 1941.

La storia comunque si basa su un improbabile ritorno del dittatore nazista sulla scena sociale tedesca. Un Hitler politico? Nulla di ciò perché tutti i protagonisti del romanzo lo ritengono un bravo imitatore nei fatti di se stesso. Timur Vernes riporta quindi alla luce uno dei più grandi personaggi controversi del novecento, dandogli un’immagine diversa da quella che un lettore si aspetterebbe di trovare. Il romanzo, narrato in prima persona proprio dal Fuhrer, che (ovviamente) non presenta una sua immagine negativa, anzi si descrive come una persona quasi piacevole da incontrare.

Hitler, sul finire del racconto, viene aggredito proprio da un gruppo di nazi-skin che non si rendono conto di attentare alla vita del loro idolo, in quanto per loro è un semplice provocatore dell’ideologia nazionalsocialista e la loro ignoranza. L’Hitler di Timur Vernes, invece, è serio e compito nel suo ruolo, dimostrando (involontariamente) tutti i lati negativi del nazismo.

Il romanzo “Lui è tornato” cerca di rispondere anche un’altra domanda: A quale partito oggi sarebbe scritto Adolf Hitler? Già, visto che il Partito Nazista è in una fase “dormiente”, come definito dallo stesso Fuhrer, il Cancelliere del Reich deve anche cercare nuova sponda politica dove poter emerge tranquillamente con me capo indiscusso.

L’autore non risponde in modo chiaro a questa domanda, ma molti elementi portano ad affermare che avrebbe sostenuto il Partito dei Verdi. Il rapporto del resuscitato Hitler con loro è complesso: apprezza molti punti del loro programma, ma entra subito in contrasto con i Verdi per quanto riguarda il nucleare.

“Unica consolazione in tutto quel caos democratico, era uno stravagante partito chiamato “I Verdi”. Naturalmente anche lì c’erano degli imbecilli pacifisti, completamente avulsi dalla realtà, ma persino il nostro movimento aveva dovuto allontanare gli uomini della SA nel 1934 – una brutta storia che sicuramente non ci ha coperti di gloria”. 

La prima puntata del suo programma (nel corso del romanzo il dittatore-comico riesce persino ad ottenere uno spettacolo tutto suo!) vede come ospite d’onore l’esponente dei Verdi Renate Künast. Un siparietto da ridere quello che poi si legge, rafforzato da una scherzosa valigetta lasciata lì da un certo Von Stauffenberg, che nel 1944 attentò alla vita di Adolf Hitler.

“I Verdi si consultano con il Führer del Reich tedesco per progettare il futuro del paese: gliel’ho detto che una collaborazione non è poi così impossibile…” si legge nel corso del romanzo a ulteriore conferma della sua stima nei confronti degli ambientalisti tedeschi.

Renate Kunast è poi la prima a chiamarlo dopo l’attentato subito da un gruppo di naziskin al termine del romanzo.

I Verdi rappresentano per lui un’interessante sfida, totalmente diverso il suo rapporto con la CSU, partito di centro presente in Baviera, e la SPD. Con quest’ultimi, sempre nel capitolo in cui si trova all’ospedale, Hitler si mostra interessato a candidarsi all’interno delle loro file, ma indubbiamente si trova di fronte a una formazione politica che: “Nel tempo impiegato dalla socialdemocrazia tedesca per farsi venire un’idea, si possono guarire due gravi tubercolosi.”

Senza dubbio non vi è una reciproca stima tra Hitler e la destra tedesca rappresentata dal NDP. Divertente è la scena in cui il Fuhrer entra nella loro sede per accusarli di essere scesi a patti con il sistema democratico. Certo lui stesso ha dovuto accettarlo, nella Germania di Weimar vinse le elezioni con il Partito Nazista nel 1932, ma solamente per distruggere l’istituto della partecipazione popolare.  Il romanzo affronta comunque anche un’importante questione inerente alla Shoah. L’argomento viene trattato quando la sua fedele collaboratrice gli confessa di essere ebrea.

La risposta dell’Hitler di Timus Vernes, pone alla luce una realtà spesso dimenticata: “Oggi si descrive volentieri il nazionalsocialismo come un movimento composto da pochi fanatici decisi a tutto che abbindolarono un intero popolo. Questa interpretazione non è del tutto sbagliata, perché effettivamente fu fatto un tentativo in tal senso. Nel 1924, a Monaco. Ma fallì a costo di molto sangue. La conseguenza fu che venne intrapresa  un’altra via. Nel 1933, il popolo non fu affatto soggiogato da un’azione di propaganda. Allora fu eletto un Führer, in un modo che sarebbe considerato democratico addirittura oggi. Il popolo scelse un Führer che aveva reso noti i suoi piani con chiarezza inconfutabile. Lo elessero i tedeschi. Sì, addirittura anche gli ebrei”.

Una risposta che indubbiamente lascia pensare e, sebbene certi soggetti sono agli occhi della storia i principali responsabili, mostra una crudele e vera realtà.