Made in Italia, quando l’inglese esagera

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Nell’ultimo ventennio stiamo assistendo alla sostituzione di molte parole italiane a favore di terminologie anglosassoni, le mutazioni della lingua di Dante

La lingua italiana è classificata tra le prime 25 al mondo per numero di parlanti oltre ad essere ampiamente studiata al punto da classificarla al quarto posto tra le lingue più studiate del pianeta: infatti saper parlare l’italiano significa saper parlare di cucina, di moda e di cultura. La lingua vive tramite i suoi parlanti, si adatta alla necessità di coniare nuovi termini in base alle scoperte e alle conoscenze acquisite, infatti, l’italiano ha nel suo lessico parole di derivazione latina, ebraica (ad esempio sabato, sacco, manna), araba (spinaci, zucchero, materasso, dogana, tariffa), francese (rivoluzione, giacobino, ristorante, sarcasmo) ma anche germanismi ed iberismi.

Nell’ultimo ventennio stiamo però assistendo ad un vero e proprio mutamento dell’italiano
scritto e parlato che introduce al suo interno parole di origine anglosassone, non per determinare nuovi oggetti o nuove situazioni, ma per sostituire delle parole che esistono già e che abbiamo sempre utilizzato nella nostra vita quotidiana. Week end, privacy, target, personal computer, new entry, monitor, meeting, outlet.. sono solo alcune delle parole che ormai sentiamo quotidianamente e che hanno sostituito i vecchi termini della lingua italiana, tantoché nel dizionario Treccani, tra 800.000 termini ben 9.000 sono anglicismi, con un incremento del 773% dal 2000. La colpa è da attribuire ai mezzi di comunicazione di massa, alla finanza ed al marketing che abusano continuamente di queste espressioni.

Questa contaminazione è evidente anche nel linguaggio sportivo dove, specialmente nel calcio, l’utilizzo delle parole inglesi è ricorrente: il calcio d’angolo è detto corner, la penalità è penalty, la squadra è il team, l’allenatore è il mister. Che le parole inglesi entrino prepotentemente nel linguaggio è evidente pure in campo politico, ambito in cui i discorsi dei nostri rappresentanti dovrebbero essere chiari ed alla portata di tutti gli elettori. Forse i nostri politici si sentono più abili ed emancipati ma, come se non bastasse già il “politichese” a rendere difficile le cose, quando alla televisione parlano di exit-poll, di spending review o antitrust non proprio tutti i cittadini riescono a capire subito quale sia l’argomento principale del discorso.

In conseguenza a questo fenomeno i maggiori enti di tutela della lingua italiana si sono mossi con varie iniziative affinché la terminologia nostrana non venga sostituita. Sia chiaro, ciò che si propone non è di tornare ad un linguaggio privo di stranierismi come successo in pieno regime fascista, ma quantomeno di utilizzare un termine italiano qualora esista la giusta parola.

Marta Ragnedda

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