Neo-noir: la realtà di Tarantino e Pulp Fiction

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Il neo-noir “Pulp Fiction” è uno dei film più famosi e conosciuti degli ultimi anni. Con questa pellicola Tarantino reinterpreta il noir dando un importantissimo contributo – anche grazie a suggestioni esterne come quelle provenienti dai classici del genere quali “Il grande sonno” o “Scarface” – al genere neo-noir; genere che potremmo definire come improntato nella sua versione più moderna da un marcato non-sense, elemento che nel film tarantiniano emerge fin da una delle prime sequenze durante la quale due dei protagonisti che si stanno recando dalla loro vittima dialogano sul nulla, discutono di banalità del tutto irrilevanti, questo fattore è sintomatico del fatto che nell’epoca storica in cui ci troviamo (anni ’60) sembra che il cinema abbia detto già tutto.

Tarantino riprende le principali caratteristiche del noir: dall’antieroe, all’affascinante femme fatale al gangster, con la novità di non farli interagire in una sequenza lineare, scegliendo invece di disseminarli in un intreccio di vicende delle quali riusciremo a venire a capo solo al termine della pellicola.

Emerge il senso di disincanto nei confronti della realtà; una realtà che, come il titolo stesso dichiara, è “pulp”, “scadente”, “marcia”: gran parte delle vicende si risolve in luoghi “pulp” (toilettes, sobborghi..)

Ma la soglia sottile della dimensione tarantiniana emerge soprattutto in una certa dose di ambiguità nell’osservare il reale: non vi è una netta distinzione tra buoni e cattivi, ad esempio.

Dopo più di vent’anni “Pulp Fiction” resta ancora nell’immaginario culturale di diverse generazioni: come dimenticare le note di “Misirlou” su cui si apre la pellicola oppure la gara di twist tra la Thurman è Travolta accompagnata da “You never can tell?”

Di Isabella Mora

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