Otto von Bismarck: l’ultimo uomo dell’ancien régime, che difese il Piemonte, il Veneto e l’Adriatico

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Perché la politica di Otto von Bismarck può essere considerata, a tutti gli effetti, un passaggio obbligato nella maturazione di una coscienza unica Mitteleuropea che ha determinato fino alla metà del XX secolo, ovvero fino alla fine della II Guerra Mondiale, un punto fermo importantissimo per dare una linea d’interpretazione dell’importanza strategica del territorio germanofono?

Le interpretazioni storiografiche europee, attualmente, non sono ancora esattamente concordi sul dare una lettura univoca del ruolo di Bismarck nello scacchiere politico internazionale, complici, prevalentemente, le due più importanti strategie diplomatiche del Cancelliere tedesco: una politica volta alla Germania e alla stabilità sociale, la Realpolitik, e la logica dei contrappesi, cioè di accordi e di contratti diplomatici funzionali a mantenere centrale il potere, senza però arrivare allo scontro militare vero e proprio. La sua politica diplomatica funzionerà, fino alla fine del suo mandato, tanto da poter affermare che, l’ultimo esponente dell’ancien régime, ha lasciato un’eredità corposa e stabile, che ha superato quasi indenne un intero secolo.

Se la letteratura italo/tedesca ha fatto di Bismarck un mito, per certi versi eccedendo nell’elogiarne le virtù, per la letteratura francese fu un iper-reazionario, che ha ritardato l’imminente sfogo delle classi sociali meno abbienti dal 1848 al 1914, per la letteratura inglese, invece, fu un abile politico che dimenticò tuttavia di corteggiare l’epoca coloniale, preferendo creare intorno alla Germania un mito culturale uniforme che potesse garantire stabilità al progettato e realizzato Impero Germanico “identitario” cioè conservatore. Della sua gioventù tra studi, arte militare, pubblica amministrazione, gestione latifondista, feste aristocratiche, divertimento e  idee reazionarie non parleremo, o forse altrove, parleremo invece di stabilità politica.

Per l’Italia Bismarck fu un personaggio piuttosto utile: dal punto di vista strettamente nazionale dobbiamo a lui il sostegno per l’integrità del Piemonte e del Veneto e dobbiamo a lui l’accordo della Triplice Alleanza, tre passaggi che sono fondamentali, dal punto di vista storico, considerato che, l’Italia, appena arrivata all’Unità, dopo la Breccia di Porta Pia, ha avuto un aiuto sostanzioso dalla politica del non collateralismo di Bismarck, rispetto a Pio IX, all’epoca Pontefice, che prevedeva per la Chiesa un ridimensionamento politico, seppure riconosciuto, che sottendesse a un controllo militare da parte del Reich imperiale e amministrativo da parte dello Stato, ovvero del Regno, ovvero del Governo federale, della Cancelleria.

Senza l’impegno da parte della Germania, sul fronte politico, l’indiscussa sovranità dello Stato della Chiesa sarebbe certamente stata più influente in politica interna, non solo in Italia, considerato che, lo scisma, aveva fortemente inasprito le coscienze dei clerici, tanto da poter affermare che il concetto di eresia, finora limitato a una visione clericale della giustizia, con Pio IX era sconfinato anche nella Chiesa, tanto, ad esempio, che l’epurazione di credo minoritari era divenuta consuetudine. A pagarne, probabilmente, il prezzo più caro furono, ad esempio, i Gesuiti. Il non collateralismo politico, nonostante Bismarck fosse fedele alla Chiesa, fu certamente un passo avanti verso la laicizzazione dello Stato, anche se non incarnava il desiderio delle tensioni liberali e rivoluzionarie che all’epoca ricoprivano, politicamente, il ruolo di avanguardia sociale.
Premesso ciò, compreso il motivo per cui questo personaggio non può rimanere nel cassetto rispetto alla storia d’Italia, potremmo dunque – per non cadere nel banale riassunto di un secolo di storia imperiale – sottolineare gli elementi innovativi della politica conservatrice di Bismark: la politica fiscale e la creazione di una superpotenza imperiale e iper-statale; l’aumento della partecipazione alla politica delle classi sociali emergenti attraverso un riconoscimento formale politico, non dovuto a rivoluzioni, ovvero moderato; l’equilibrio tra potere imperiale militare, potere religioso etico, potere amministrativo federale; la creazione di un grande blocco unico territoriale in grado di fermare l’avanzata dello zar in Europa. Sono probabilmente queste le eredità più importanti che abbiamo ricevuto da Bismarck a livello europeo.

Bismarck non fu un grande colonizzatore, la sua preoccupazione di mantenere un equilibrio tra la Francia rivoluzionaria, di estrema sinistra, all’epoca e lo zar, affiliato ai movimenti terroristici jugoslavi, nonché la tradizione imperiale dinastica, tipica dei 3 Imperatori “tedeschi” nonché la nascita dello Stato in Italia, gli consentì la grande intuizione di essere al centro di un cambiamento epocale tra est ed ovest Europa, che obbligava a un’attenzione più specifica alla politica interna e internazionale, sacrificando invece le colonie.

La sua politica fu certamente per certi versi molto meno conservatrice di quanto si pensi, poiché essere conservatori in un contesto rivoluzionario, diventa a sua volta una rivoluzione: tanto che la questione ebraica, la questione jugoslava, la questione francese, la questione coloniale si riproporranno infatti nel germe del I Conflitto Mondiale, quando i “nodi irrisolti” torneranno al pettine in seguito all’assassinio dell’Arciduca ereditario al Trono d’Austria Francesco Ferdinando.

La crescente politica del commercio internazionale e coloniale, perpetuata, invece, da Francia e Inghilterra, consentiva infatti di importare dall’Argentina e dal Sud America e dagli USA notevoli quantità di materie prime e di derrate a basso prezzo, che metteranno in crisi, insieme ai prodotti commerciabili con la Russia, il mercato interno tedesco, tanto che la “crisi dei cereali” può essere considerata uno dei momenti più determinanti per l’insofferenza allo straniero e al diverso, sentita sul confine polacco, nei confronti di polacchi, ebrei, italiani, considerati un “peso” economico.

Allo stesso modo aver rinunciato alle colonie porterà la Seconda Rivoluzione Industriale tedesca a partorire un grosso sviluppo tecnologico culminato nel 1879, che si finanziò grazie all’istituzione di altissimi dazi doganali, insieme a una forte alleanza con le banche, fino ad allora estranee alla partecipazione politica. La paura di soccombere, (1877 Guerra Turco – Russa) quindi, tra gli interessi della Gran Bretagna, fondamentalmente più decisa a conquistare il sud del Mediterraneo e a commerciare oltreoceano, nonché della Francia, grande potenza coloniale, era per la Germania un monito sempre presente.

Che le paure tedesche non fossero giustificate è un errore di stima: dall’altra parte del territorio, a nord est, una forte espansione verso la Turchia della Russia zarista aveva aperto un varco al Mediterraneo che non era solo economico: se per i ribelli dell’est europa la cultura anti-imperiale era uno stimolo per rinnovare l’indipendenza dal Reich, per i giovani liberali di sinistra il veto al commercio libero e alla libera imprenditoria era calmierato da libertà compensatorie, come ad esempio la libertà di stampa e la libertà di studio, che portavano però a un desiderio di emancipazione, sul genere anglosassone.

In questo contesto il “terrorismo rosso” dell’ovest europeo, iniziato nel 1848, frenava sostanzialmente con Napoleone III, intervenuto nel 1859, considerato un rivoluzionario, mentre nell’est europeo esso era ai suoi albori, e trovava comunanza culturale con il “terrorismo sovietico” che mirava all’emancipazione dalla schiavitù.

Con un filo rosso, esso, legava i ribelli: studenti universitari e scrittori di tutta Europa; culminato con l’assassinio dello zar Alessandro II il 13 marzo del 1881, per Bismarck restava il primo pensiero relativamente all’emancipazione delle classi sociali e alle modificazioni che dovevano essere programmate per non perdere il principio di supremazia dinastica, insieme allo sviluppo economico e alla pace interna. Tale paura fu il leit motive della politica interna Bismarkiana proprio fino al 1881, data dell’Alleanza dei 3 Imperatori, che divideva in Bosnia, Serbia e Macedonia le aree di influenza imperiali.

Ora i “piccoli regnanti” tedeschi avevano un unico Impero Germanico da tenere in sella all’Europa: il Bismarck sembrava non servire più, mentre nelle colonie iniziava a svilupparsi una guerra intestina per gli interessi di transito in Africa, tra Inghilterra e Francia; tra i principali i Diritti sul Canale di Suez, edificato nel 1859 da un ingegnere trentino, per conto della Francia che ne aveva acquistato i diritti, un problema, quello del traffico per le Indie, di interesse prevalentemente inglese, che riemergerà: il dominio sull’Egitto sarà conteso per oltre un secolo e riemergerà violentemente più tardi, quando scoppierà la Crisi di Suez nel 1959.

Dunque, in quest’ottica globale, il percorso del Bismarck, come descritto da diversi punti di vista storici, ha in sé elementi di continuità e di discontinuità con il passato, ma prevalentemente dimostra che, nonostante la sua abilità nel mantenere quiete le ribellioni politiche e nel controllare che l’aristocrazia possa avere un ruolo imponente, senza penalizzare troppo la borghesia nascente e le classi proletarie e contadine, non sarà sufficiente a sopravvivergli.

Il ruolo di Otto von Bismarck e tuttavia del I Cancelliere, inteso nel senso politico del termine – nonostante la vittoria di Sedan, che aveva dimostrato come l’equilibrio delle parti fosse la strada da percorrere – viene fortemente ridimensionato in seguito alla rottura politica con Guglielmo II (alquanto inesperto ma di età matura, deciso a riportare l’Impero al potere assoluto), successore dinastico di Guglielmo I, intervenuta nel 1888 per morte.

Durante la Crisi delle Miniere della Ruhr del 1889 Bismarck si trova con di fronte un nuovo potere, quello operaio, ma non trova in Guglielmo II un alleato pronto alla repressione, bensì un imperatore che decide di disfarsi dell’opinione di Bismarck, delegittimandolo e iniziando a decostruire il concetto della politica dei contrappesi, bensì in 10 anni intervenendo per uno sviluppo verso i paesi islamici, con la costruzione di una ferrovia che da Berlino va verso Baghdad, passando da Istanbul – unica opzione, non si pensi che fosse idea obsoleta, poiché la Germania non aveva alternative oceaniche oltre allo stretto danese, se non l’Italia mediterranea, chiusa a Suez – prendendo posizione contro la Francia e contro l’Inghilterra in tema di politiche coloniali, ovvero da una parte raccogliendo i frutti di facile arricchimento aiutando i paesi d’Africa contro i coloni, senza però assicurarsi di avere una sufficiente forza locale che permettesse la pace europea: la sua politica fu sostanzialmente di facile arricchimento, militarizzazione e potenziamento dei mezzi, ma lasciò cadere la logica della realpolitik e delle controassicurazioni, facendo crescere il potere militare germanico, operazione a cui il Reich era preparato da sempre, ma trascurando la politica internazionale con gli attori locali.

Bismarck, prima di morire, mentre si era ritirato nella bruma, aveva stabilito che in vent’anni, senza un buon I Cancelliere diplomatico, la Germania sarebbe crollata. Dimessosi nel 1890, fece in tempo a vedere la Weltpolitik e anche la riunificazione della sinistra europea (la Francia che crea fratellanza con la Russia) e l’egemonia inglese (la Gran Bretagna che cresce nei traffici internazionali con gli USA) in quella famosa morsa che aveva sempre temuto e che (nonostante la Triplice Alleanza tra Germania- Austria/Ungheria – Italia la quale apriva al Mediterraneo un corridoio diretto) suonava come un preludio, all’occorrenza, di una guerra a due fronti. Cosa che puntualmente accade, a causa, certamente, di aver trascurato l’importanza di buoni rapporti di vicinato con gli altri paesi europei.
Di Martina Cecco

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