Patto di Londra. L’Italia e il fallimento del politically correct

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Correva l’anno 1915, quando l’Italia decideva di entrare in guerra al fianco della Triplice Intesa. Allo scoppio della Prima Guerra mondiale, stando al quadro di alleanze strette dai potenti europei, l’Italia risultava inglobata all’interno della Triplice Alleanza, patto di natura difensiva che impegnava, oltre alla stessa Italia, Austria e Germania.

Ciò nonostante, l’Italia, non essendo stata avvisata delle intenzioni dell’Austria di attaccare la Serbia, scelse la via della neutralità, dichiarazione che, almeno inizialmente, venne accolta bene a Londra e a Parigi. In realtà, nonostante la querelle politica nata tra neutralisti e interventisti, lo scopo italiano era solo temporeggiare, riconoscendosi impreparati per la discesa in campo.

Le potenze europee, dunque, cominciarono a corteggiare l’Italia nel tentativo di convincerla ad allearsi con loro. Decisivo per lo schieramento del Bel Paese, fu, a quel punto, il controllo dell’Adriatico: avendo chiesto precedentemente il Friuli e il Trentino all’Austria e vedendosi negare tali richieste, Sonnino e Salandra, consapevoli del fatto che l’intervento nel conflitto avrebbe regalato prestigio all’Italia, cominciarono a trattare segretamente con Francia e Inghilterra. Queste ultime, consapevoli del fatto che la guerra avrebbe portato ad un nuovo assetto geopolitico dell’Europa (e non solo), avevano ammonito l’Italia, la quale, rimanendo neutrale, non avrebbe ottenuto alcun territorio.

L’Italia aveva strategicamente bisogno dei territori slavi e Francia e Inghilterra non avrebbero neppure potuto porre la questione della nazionalità di tali luoghi, dal momento che esse stesse occupavano zone abitate da popoli di nazionalità diversa dalla loro. In base all’accordo, l’Italia avrebbe ottenuto il Trentino fino al Brennero, l’Istria, la Carnia orientale e la Venezia-Giulia senza la città di Fiume. Le veniva assegnata anche la parte settentrionale della Dalmazia e, inoltre, si vedeva riconosciuta la sovranita su Valona, Libia e Dodecaneso.

Finalmente l’Italia sembrava sul punto di “liberarsi dall’intollerabile situazione di inferiorità nell’Adriatico rispetto all’Austria”, se non fosse che, alla Conferenza di pace di Parigi, le potenze vincitrici ritrattarono quanto promesso all’Italia nel Patto di Londra. Della serie “oltre al danno, la beffa”: la penisola, infatti, non solo dovette affrontare la vendetta dell’Austria nella Strafexpedition, ma, a guerra conclusa, si ritrovò a fare i conti anche con quella “vittoria mutilata” di cui il fascismo fece uno dei pilastri portanti della sua ideologia.

Il mancato rispetto degli accordi del Patto di Londra derivò, in parte, dalla cattiva gestione della questione dal punto di vista diplomatico dei rappresentanti italiani, che non seppero far valere le loro pretese e, al contrario, abbandonarono la conferenza di Parigi.

A causa di ciò, l’Italia non fu mai considerata alla stregua delle altre potenze vincitrici che, intanto, avevano raggiunto il loro scopo: ricevere l’aiuto dell’Italia nel conflitto e indebolire gli Imperi centrali. Per godere, in parte, delle grandi promesse di quel lontano 26 Aprile 1915, la penisola italiana intavolò un nuovo accordo, il Trattato di Rapallo, col Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, che assegnò all’Italia la città di Zara, l’isola di Lagosta e l’arcipelago di Pelagosa.

A distanza di un secolo, la storia sembra non aver insegnato nulla, anzi: tende solo a ripetersi. Basti prestare attenzione alla questione libica che, qualche settimana fa, si è imposta timidamente sullo scenario mondiale. L’appello del governo legittimo è passato quasi inosservato, nonostante fosse rivolto proprio all’Italia, territorio più a rischio, data la vicinanza geografica.

La questione aveva riacceso un po’ l’ormai perduto nazionalismo italiano, ma, come sempre, l’Italia non è riuscita ad imporsi e si è invece comportata diligentemente secondo la visione del “politically correct”. L’ONU ha auspicato addirittura un negoziato tra governo legittimo e milizie dell’ISIS, quasi fosse possibile, e non importa se il prossimo obiettivo dichiarato dei terroristi è la Città Eterna: fatti nostri.

E che dire della posizione dell’Italia all’interno del panorama dell’UE? A far da padrone è sicuramente la Germania, tanto da indurre a parlare di “Europa a due velocità”: quella settentrionale e meridionale, con grossi deficit. L’Italia non riesce a superare tale scoglio, continuando a rappresentare il fanalino di coda che si adegua alle imposizioni dall’alto. Il cambio fisso dell’euro, per esempio, ha gravemente danneggiato le esportazioni italiane e ha favorito quelle tedesche, ma, come al solito, l’Italia incassa i colpi in silenzio.

Correva l’anno 1915 e chi l’avrebbe mai detto che da quel Patto di Londra l’Italia, tranne in qualche sporadico caso, non si sarebbe più ripresa dal suo ruolo di diligente scolaretta accomodante?

di Antonella Gioia

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