Perché il pensiero di Pier Paolo Pasolini è di Destra?

Così si scopre che c’è destra e destra. C’è una destra che lo amava, e c’è una destra che si è accorta di lui tardi

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Era il lontano 24 Giugno del 1974, quando Pier Paolo Pasolini dalle pagine del Corriere della Sera destava ancora una volta scalpore, enunciando concetti profondi eppure paradossalmente semplici e lucidi, in relazione al “Potere senza volto”. Un potere che egli detestava e al contempo dominava. Illuminatore di popoli e artista incompreso, il legame che lega la figura di quest’uomo alla destra italiana ne delinea oggi un rapporto certamente controverso, fatto di confronti e scontri, memorie e verità inespresse e celate. Quasi potremmo dire quanto la destra e la sinistra fossero due lati contrapposti della personalità del poeta, due estremi ideologicamente contrapposti, eppure in lui personificati.

Certo, tutti ricorderanno il Pasolini marxista eclettico, comunista e anti-moderno, populista e blasfemo, ma era anche molto altro. Anche oggi, a quarant’anni dalla sua morte violenta, l’eredità ideologica da lui lasciata ci conduce ad una riflessione serrata e senza sosta sul legame storico che, volontariamente o no, ha finito per relegarlo indissolubilmente a quella destra storica perdutamente inattuale. Scomodo a sinistra e a destra, P.P. risulta inadattabile al vuoto ideologico che oggi come allora lo legano a quel vuoto simbolico che di fatto delinea la situazione politica italiana attuale. “Un vuoto fatto di passioni spente e ideologie cadaveri”, afferma Marcello Veneziani, uno dei maggiori intellettuali di destra che in questi giorni si è pronunciato proprio sulla morte del poeta italiano.

E così si scopre che c’è destra e destra. C’è una destra che lo amava, e c’è una destra che si è accorta di lui solo troppo tardi, dopo averlo contestato. Ma c’è anche un’unica sinistra ipocrita e profittatrice, in grado di abbandonarlo e rinnegarlo quando seppe che era omosessuale, cacciandolo dal PCI. Possibile che nessuno ricordi che lo stesso P.P. ebbe un fratello partigiano ucciso dai partigiani comunisti? Che criticò il potere dilagante della sinistra mascherato a servizio della resistenza? Perché non diciamo anche che Pasolini scrisse uno dei suoi primi articoli proprio su un resoconto entusiasta di un viaggio con gli universitari fascisti a Weimar e la sua ultima poesia è dedicata ad un giovane fascista a cui suggerisce di amare la tradizione di “una destra divina” delineata in tre principi cardine quali: difendere, conservare e pregare?

Pier Paolo odiava la Democrazia Cristiana, criticava il razzismo, e amava tuttavia quel mondo di sinistra a tratti comunista,  ancora sano e avverso al dilagare del neocapitalismo.

Di Pier Paolo potremmo delineare molteplici sfaccettature, ma di una cosa possiamo stare certi: la destra, che prima gli era contraria, gli concesse l’onore alle armi in occasione della sua morte e iniziò a interrogarsi sull’essenza del suo pensiero sul  suo essere “oltre”  le vecchie appartenenze ideologiche. Come? Riconoscendolo – come ha evidenziato Marcello Veneziani – e ripensandolo proprio attraverso i suoi scritti, quelli del 24 Giugno 1974: “Scritti Corsari”, in grado di criticare la falsa contestazione dei giovani borghesi del ’68, coccolati dalla cultura dominante (di sinistra) o quando andò oltre, simpatizzando con i poliziotti (“perché – scrive – sono figli di poveri. Vengono da periferie, contadine o urbane che siano”) contro i “figli di papà” ricchi e borghesi.

Oggi come allora, a quarant’anni dalla sua drammatica morte,  parlare di Pasolini vuole dire parlare anche di questo: di vecchi tabù infranti, di autentica volontà di guardare al presente con l’occhio rivolto al futuro, soprattutto di un radicalismo culturale che forse la destra odierna ha dimenticato e deve ritrovare.

Perché c’è destra e destra, e come riportava il giornalista Camillo Langone in un noto articolo su Il Foglio, oggi la destra è soprattutto quella “in Chanel di Stefania Prestigiacomo, la destra alla moda omosessualista di Mara Carfagna, la destra opportunista e nichilista di Gianfranco Fini, la destra che entra negli antichi borghi in Suv neri e lunghi come carri funebri, ingioiellata che invoca leggi severe contro scippatori e rapinatori ma a sentir parlare di pena di morte si ritrae come una lumaca nel guscio, perché l’Europa non vuole, che si commuove quando c’è l’inno nazionale e poi ordina champagne, la destra che non ha una lingua sua e per dire stranieri dice “extracomunitari” e per dire omosessuali dice “gay”, che invece di fare figli va in vacanza, che invece di leggere guarda la televisione, che invece di comportarsi virilmente va dall’avvocato e ha le villette a schiera, colleziona orologi e si dice “centrodestra”, confondendosi e perdendosi nell’immagine sinistroide logorata dal vuoto più totale”. Questa sarebbe una destra scomoda perfino a Pier Paolo, questa volta per davvero. Lui che di sinistra proprio non era.

di Giuseppe Papalia

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