Povia e la triste realtà: chi è di destra non può fare il cantante

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Giuseppe Povia, il cantante famoso soprattutto per brani come I bambini fanno ooh, Vorrei avere il becco e Luca era gay, è finito nel dimenticatoio. Coloro i quali, infatti, vogliono canzoni commerciali da ballare alle feste in spiaggia, o tristi e melodiose che parlino d’amore, o pezzi rancorosi e grintosi leggermente rock (ma non troppo, sennò nessuno se li fila), snobbano di gran lunga cantanti sui generi come Povia. Non perchè non abbia una bella voce, o perchè non sappia suonare, o perchè tratti di temi banali: ma solo perchè è di destra.

Non è il classico cantante commerciale, votato principalmente alla vendita di dischi, come Fedez e J-ax, che si credono tanto originali con i loro testi in rima parlando di comunisti col Rolex e del crimine che non li toccherà se entrano senza pagare. Povia va al di là, vuole esprimere il suo pensiero politico di destra, e lo fa in modo diretto, schietto, provocatorio proprio per aprire intelligenti dibattiti, per far riflettere la gente sul serio. E’ facile essere d’accordo con qualche frasetta leggermente controcorrente; il difficile è esserlo con dei pensieri radicali come i suoi. Per questo al festival di Sanremo non è il benvenuto.

Il tema forse più interessante che si può argomentare è l’accoppiata cantante-politica. Un cantante per essere trasmesso nelle radio ed essere invitato a festival sempre più scadenti dove i conduttori per quattro sere vengono pagati il quintuplo di un italiano medio al mese, deve proporsi con pezzi non offensivi, pacati, piacevoli, che seguono l’opinione (buona) comune e soprattutto non deve fare propaganda politica. Il suo mestiere è il cantante, e deve perciò cantare e basta. Siamo tornati ai tempi in cui negli anni 40-50-60 certi musicisti dovevano modificare la propria musica perchè troppo aggressiva e diabolica (il rock’n’roll di Jerry Lee Lewis, per fare un esempio), o certe parole erano considerate troppo volgari per essere trasmesse nelle radio (come successe ai Doors con Jim Morrison e a tantissimi altri). O forse non c’è mai stata una simbiosi tra politica e canzone, a meno che non esprimessero volontà buone e pacifiche (contro la guerra in Vietnam, ad esempio).

Anche le canzoni devono essere politically correct. I personaggi famosi non possono divulgare pensieri pericolosamente controcorrenti, ma devono seguire un filone ben preciso, quasi sotto regime dittatoriale. Ma Povia non ci sta, come dichiara sul suo profilo Facebook: “Io canto, metto in musica tutto quello che mi appassiona, che non mi piace nel mondo, che mi emoziona, che fa riflettere, che accende dibattito, che crea un’opinione. E ho vinto. Non solo perchè lo faccio ma per il coraggio di portarlo avanti senza condizionamenti. Libero da ogni schema politico e partitico. Voi invece, siete vuoti, non vi resta che parlare dopo che l’ho fatto io perchè non avete creatività, non avete un pensiero, siete vicini allo zero.” Facebook è l’unico luogo dove può esprimersi senza essere censurato, con video o lunghi post sotto i quali si creano vere e proprie battaglie tra i suoi sostenitori e gli amareggiati sinistroidi pazzoidi.

Comunque, a quanto pare, anche per il prossimo festival di Sanremo Povia non si esibirà. La sua canzone Immigrazia è evidentemente troppo scomoda per i conduttori, che non vogliono rischiare di intavolare inutili polemiche e preferiscono restarsene sul sicuro invitando voci giulive come Arisa o interpreti internazionali come ospiti. Chissà, a questo punto forse a rimetterci non è più Povia, ma un festival della canzone che invece di innalzarsi un po’ di livello non fa che precipitare nella mediocrità tipica della società ottusa e cieca che gli uomini di potere puntano a mantenere.

Melissa Toti Buratti

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