Sordi e l’attuale ipocrisia, anche sul razzismo, dell’italiano medio

Negli ultimi giorni sta rimbalzando su molti dei giornali italiani la parola “razzismo“, usato dai quotidiani di sinistra come spauracchio elettorale per far perdere di credibilità il centrodestra e dagli avversari giornalistici come fantoccio per stigmatizzare la pochezza programmatica del centrosinistra.

La cosa che può sembrare assurda ma che invece è vera è l’appellarsi alla scienza per capire se il razzismo sia legittimo o meno. Nel 2016 infatti le Università di Milano-Bicocca e Urbino fecero una ricerca per vedere la reazione di alcune persone bianche di fronte a scene di “violenza” (si tratta di punture di ago o di percosse con una gomma) subite sia da caucasici che da africani. Si è osservato che è generalmente avvertito come più forte il dolore per un appartenente alla stessa razza, confermando così la “naturalezza” del razzismo.

Se tanti motivi anche culturali possono essere addotti per spiegare questo esito (ad esempio la conservazione della specie o la maggior facilità di immedesimazione), pochi possono essere invece segnalati per smentire un’incoerenza gravissima degli italiani. Si tende infatti sempre più spesso a dire che “Siamo tutti uguali“, “Esiste solo la razza umana” e discorsi simili. Sulla carta, tutto bellissimo nonché auspicabile. Ma resta da capire allora per quale motivo di fronte a un attentato subito da popolazioni mediorientali si dedica un trafiletto da 20 righe e a un attentato in una grande città europea, magari con centinaia di morti in meno, vengano riservate prime pagine ed editoriali.

Ammesso anche che sia una scelta editoriale non dettata da quello spirito di conservazione di cui si parlava nella ricerca del 2016, resta da capire allora perché in Occidente ci sia un dibattito sempre maggiore sulle restrizioni legate alle armi mentre nessuno, dei Governi in primis, si preoccupa del commercio bellico verso stati del Terzo Mondo che difficilmente compreranno fucili d’assalto per difendersi dai ladri.

Sembra quasi di rivivere le scene di Finché c’è guerra c’è speranza, film del 1974 con uno straordinario Alberto Sordi: è la storia di un commerciante di pompe idrauliche che si reinventa commerciante di armi, vendendole ai paesi più poveri e dilaniati dalle guerre civili. Grazie a quest’attività, accumula un bel patrimonio personale fino a quando un giornalista non stigmatizza il suo comportamento chiamandolo “Mercante di morte“. Di fronte a queste accuse, per salvaguardare l’onore, il commerciante sarebbe anche disposto a tornare al suo vecchio lavoro, ma la prospettiva di perdere i ricchi guadagni provenienti dal mercato delle armi convince la sua famiglia prima ancora che lui stesso ad ignorare quanto si dice intorno ai suoi guadagni.

Ecco dunque il vero male che andrebbe combattuto: non tanto il “razzismo” (ovviamente non quello tout court, cancro della società Occidentale) quanto piuttosto l’incoerenza di chi da una parte predica libertà, uguaglianza, tolleranza e dall’altra chiude uno se non due o forse anche tre occhi di fronte a un mercato assai remunerativo che genera morte e disperazione.