Trotsky e la modernità della rivoluzione permanente

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Il nome di Lev Trotsky viene istintivamente associato al concetto di rivoluzione permanente o ininterrotta, la teoria marxista secondo cui la rivoluzione si arresta solo con la totale liquidazione della società divisa in classi. In quest’ottica, il proletariato non deve fermarsi alla rivoluzione democratico-borghese, bensì procedere con una transizione accelerata verso la rivoluzione socialista. L’idea era di esportare questa lotta perenne contro il capitalismo in tutto il mondo senza valutarne la durata in anticipo, il che significherebbe invece “essere ciechi”. L’operazione non richiede dunque  un giorno o un mese, ma un’intera epoca.

Ma quanto è attualizzabile una rivoluzione del proletariato oggi? Nonostante il termine si consideri superato, chiamiamo “proletari” tutti coloro che vivono vendendo la propria forza-lavoro in cambio di un salario, dunque tutti i lavoratori dipendenti. A partire dagli anni ’80, col declino della grande industria a favore dei distretti industriali, si è parlato di un calo del potere di mobilitazione della classe operaia, dovuto, ad esempio, all’affermarsi del lavoro precario. Quest’ultimo ha reso più difficile la partecipazione a scioperi e assemblee sindacali nel breve periodo, ma nel lungo periodo ha risvegliato il carattere rivoluzionario proprio del proletariato. Inoltre, la classe operaia ha subito un duro colpo inflitto dal crollo dell’URSS nel ’91, eppure il proletariato presenta ancora oggi caratteristiche ben definite, il che impedisce di includere nella classe operaia tutti i lavoratori sfruttati.

La Rivoluzione permanente si poneva come obiettivo l’abolizione dell’assolutismo e l’abolizione della proprietà fondiaria e del latifondo. A guidare la rivoluzione doveva essere il proletariato, sostenuto in un primo momento dai contadini, i quali dovevano contribuire all’affermarsi della dittatura operaia, che avrebbe poi portato alla rivoluzione socialista. A differenza di quanto affermava Lenin, Trotsky sosteneva che i contadini non erano in grado di esprimere una forza politica indipendente, facendosi così portavoce di un bolscevismo autentico volto a difendere la Rivoluzione russa su scala internazionale. Da un lato, dunque, un sistema chiuso, rivolto all’assetto nazionale con la teoria del socialismo in un solo paese; dall’altro un atteggiamento aperto alla collaborazione sulla scena internazionale proprio del trotskismo. 

La società capitalistica, tanto aberrata dai neo-interpreti del marxismo, era invece un passaggio necessario per la dottrina della Rivoluzione permanente, considerata pertanto un’evoluzione naturale alla pari dell’adolescenza nella fase di crescita dell’individuo. Questa fase di sviluppo del capitalismo avrebbe rafforzato il proletariato, rendendolo quindi pronto alla rivoluzione socialista. La contraddizione è lampante: nonostante si auspicasse l’abolizione delle classi, il potere spettava alla classe operaia, mentre i contadini erano considerati inferiori rispetto al proletariato e alla borghesia e, di conseguenza, l’alleanza iniziale aveva un mero carattere strumentale. Risultano esplicative le parole dello stesso Trotsky: “La peggiore di tutte le illusioni del proletariato nel corso della sua storia è stata invariabilmente fino ad ora la speranza negli altri”.

Ciò nonostante, è fuorviante considerare solo il proletariato come “classe rivoluzionaria”, poiché è lo stesso Marx a ritenere anche la borghesia rivoluzionaria nella misura in cui necessita di modificare continuamente il proprio metodo all’interno della sfera produttiva. Per avviare il processo rivoluzionario, la classe operaia deve essere spinta dalla coscienza di classe, ovvero la consapevolezza di condividere la stessa condizione di sfruttamento ed è proprio questo l’aspetto che negli ultimi decenni è venuto meno. La conseguenza ovvia è stata l’affermazione di inclinazioni populiste che hanno innescato sentimenti di rabbia ed egoismo a discapito della solidarietà.

Sula pagina del Partito Comunista lo slogan che svetta è:”Proletari di tutti i paesi, unitevi!”, in linea con la strategia trotskysta della rivoluzione internazionale. L’obiettivo è l’instaurazione della “più alta forma di democrazia”, ovvero la democrazia proletaria, cioè il dominio della maggioranza di sfruttati sulla minoranza di oppressori, e la conseguente distruzione della borghesia. Oggi il proletariato lamenta l’assenza di un partito rivoluzionario in cui riconoscersi e che faccia fronte alla controrivoluzione borghese. Alle accuse di “fallimento”, la classe operaia risponde che il capitolo del comunismo è ancora tutto da scrivere, visto che “il comunismo come modo di produzione radicalmente diverso rispetto a quello capitalista non è mai esistito, né in Russia né in Cina né a Cuba” e il centenario della Rivoluzione d’Ottobre pare proprio aver risvegliato gli animi in lotta.

di Antonella Gioia

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