William Beveridge, settantatré anni dopo ancora così d’attualità

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William Beveridge, nato a Rangpur (Bangladesh) nel 1879 e morto a Oxford nel 1963, è stato uno dei più grandi economisti inglesi di tutti i tempi. Si formò prima presso l’istituto di Charterhouse e successivamente presso il prestigioso Balliol College (uno degli istituti che formano il college di Oxford).

Dopo essersi laureato in Giurisprudenza ed aver iniziato la professione di avvocato, Beveridge venne inserito nel 1908 nel “Board of Trade” (un comitato del consiglio privato del Regno Unito). Successivamente durante la I Guerra Mondiale venne assegnato al “Ministery of food”, con l’incarico di sovrintendere e sorvegliare i prezzi e il razionamento degli alimenti. Finita la guerra, nel 1919 Beveridge divenne il direttore della “London School of Economics”, restandone a capo per quasi un ventennio fino al 1937, quando venne nominato rettore della prestigiosa “University College of London”, ove rimase fino alla creazione del gabinetto di Winston Churchill nel 1940, quando iniziò a collaborare attivamente col governo inglese.

Beveridge raggiunse la popolarità mondiale quando venne incaricato nel Giugno del 1941 da Winston Churchill di presiedere la “Commissione sulla riforma delle assicurazioni sociali”, incarico che lo portò a redigere il successivo rapporto pubblicato il primo Dicembre del 1942.

Il rapporto, che ottenne fin da subito un enorme successo, con circa settantamila copie vendute nei primi giorni dalla sua pubblicazione, trattava prettamente di tematiche legate al mondo economico-sociale e venne pubblicato non solo tra gli alleati, ma riscosse successo anche in Italia e Germania.

Beveridge all’interno del suo rapporto considerava la guerra come un’ottima base da cui ripartire per la creazioni di una nuova società, più equa, con meno divari tra le classi sociali e con più unità tra tutta la popolazione. Le tematiche affrontate lo avevano portato a dover riconsiderare alcune teorie liberali che fino a quel momento erano state alla base del rapporto tra stato e mercato, come: l’assistenza sociale, la sanità e il rapporto tra i cittadini e le istituzioni, solo per citarne alcune.

I punti cardine attorno ai quali si sviluppava tutto il trattato di Beveridge erano:

  • L’introduzione di un sistema previdenziale fatto di assicurazioni e pensioni, che avrebbe dovuto aiutare ogni cittadino nei momenti di malattia o inattività, con la definizione di un’età pensionabile e la previsione di una pensione minima.
  • L’introduzione di un efficiente sistema sanitario gratuito ed aperto a tutti, in modo da tutelare tutti i cittadini permanentemente sia sul lavoro che nella vita di tutti i giorni.
  • L’impegno ad ottenere la piena occupazione della popolazione (riducendo il tasso di disoccupazione al di sotto del 4% ritenuto fisiologico), in modo da permettere una rapida ripresa dell’economia che avrebbe portato a poter attuare i punti precedenti. Il tutto supportato da un sistema di riforme del sistema tributario che avrebbe proporzionato le tasse a seconda della capacità contributiva di ciascun contribuente, permettendo quindi a ciascun cittadino di partecipare attivamente alla ripresa del paese, in modo equo e sostenibile ed in modo tale da farlo sentire coinvolto e non un mero soggetto da tassare.

La politica fiscale era il cardine per la redistribuzione del reddito, operazione dalla quale secondo Beveridge non si poteva non prescindere per la creazione di un reale stato equo ed unitario.

Leggendo oggi il suo rapporto, non si può non considerare Beveridge come un utopico sognatore di un mondo nel quale, l’uguaglianza dovrebbe essere un punto cardine di ogni attività politica ed economica e non solamente uno slogan a cui aggrapparsi nei periodi di campagna elettorale. Considerando la crisi economica che dal 2008 ha colpito il mondo occidentale e le varie riforme messe in atto dai governi di tutta Europa, quello italiano in primis, non possiamo non fermarci a riflettere sui principi di politica economica che ben settantatre anni fa Beveridge teorizzava.

Si può notare come la situazione storica del 1942 abbia qualche analogia con quella odierna, dopo la crisi del 1929 le economie stentavano a riprendersi nonostante il forte impatto della spesa pubblica dovuta da una parte dalle politiche Keynesiane in America e dall’altra dalle spese militari conseguenti alle politiche di riarmo in Europa. Anche oggi la situazione economica europea fatica ad uscire dalla recessione post 2008 anche a causa delle politiche restrittive dei bilanci statali più impegnate a contenere i disavanzi che a innescare la ripresa, forse una rilettura del pensiero di Beveridge potrebbe ancora essere d’aiuto.

I vari ministri dell’economia europei, dovrebbero forse prendere esempio da William Beveridge, che con pochi e semplici principi aveva come scopo la creazione di uno stato equo e solidale con tutti i suoi cittadini. Forse per l’Europa odierna però, questa è solo un’utopia.

 

Carlo Alberto Ribaudo

 

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