Informazione e tutela dell’ambiente, la UCSI promulga la Carta di Olbia

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Le Carte dei Giornalisti sono parecchie, la storia di questi documenti è lunga e perigliosa: nascono, fondamentalmente, da emergenze di cronaca che vengono, in qualche modo, disattese: un esempio la Carta di Roma o la Carta di Treviso, dei “bug” informativi su cui i giornalisti si ritrovano in accordo, decidendo quindi di darsi un “parametro di autovalutazione” per correggere il tiro sul modo di fare informazione e di non fare informazione.

Il cronista, quello storico, che con il taccuino e la penna segnava le anomalie e le elencava, con dovizia di particolari e precisione, nelle descrizioni, parlando del cosa, quando, dove, perché, dei fatti, è passato un po’ di moda, ma non per la professione. Sono cambiati i modi, in cui l’informazione trova spazio nell’ampio contenuto della stampa e della rete, ma non sono cambiate le finalità: far emergere le situazioni anomale, scavare nelle ecomafie, indagare sui disastri ambientali, informare per prevenire che accadano.

Certamente l’ambiente, il suolo, il territorio mai – come in questo periodo – sono stati al centro dell’attenzione per le cronache: inquinamento, disastri ambientali, cementificazione, degrado ambientale. Tuttavia lo sono stati, come ha osservato anche UCSI (giornalisti della stampa cattolica), per via delle conseguenze – a tratti drammatiche – che il mancato rispetto delle leggi ha comportato.

Dunque il cronista, ad oggi, si trova in un baratro piuttosto angusto: da una parte gli avvenimenti di cronaca, che altro non sono se non una mera e dettagliata narrazione dei fatti già accaduti; dall’altra le emergenze: abuso edilizio, degrado ambientale, situazioni di illecito, privato o pubblico, incuria pubblica o appalti poco chiari. Il baratro consiste, sostanzialmente, nel fatto che il cronista, trovandosi di fronte a evidenti situazioni di emergenza o di pericolo, ambientale, territoriale, sottende alla politica, ovvero si trova a far fronte al dovere di cronaca, vincolato però dagli interessi politici.

Ecco, allora, che il taccuino e la penna, la macchina fotografica, con i quali si riportano le denunce di sovra-sfruttamento del suolo, di abuso edilizio, di inquinamento industriale, in generale di situazioni in cui è lampante il rischio causato dall’incuria o dal mancato rispetto delle leggi ambientali, dove trovano spazio anche le notizie che riportano fatti evidenti (ponti, tombini, fossi intasati; frane, scarichi e discariche abusivi; traffici illeciti di inquinanti, depositi di materiali tossici; cementificazione selvaggia, degrado ambientale) trova limite nella politica, dalla quale le risposte tardano ad arrivare, al più, nelle zone in cui gli interessi sono legati alle ecomafie e alle lobby dei mega appalti miliardari, possono anche essere messe a tacere, poco degnamente, al vero, per la società civile.

Da questa sensibilità e dall’incessante aumento dei fatti di cronaca ambientale che riportano con evidenza che qualcosa non funziona per il verso giusto, è nata la Carta di Olbia. Un testo sottoscritto dai giornalisti UCSI, ispirati all’Enciclica Laudato Sii di Papa Francesco, che cita testualmente: “Noi giornalisti proviamo dunque a fare un esame di coscienza. Sappiamo svolgere il nostro ruolo di “cani da guardia” nella società civile? Ci limitiamo a rincorrere la cronaca, o facciamo un giornalismo di inchiesta, di investigazione, sui fenomeni che riguardano la vita di tutti? Di fronte ai fiumi che non si puliscono, ai ponti mal costruiti, alle costruzioni erette dove non dovrebbero esserci, raccontiamo o stiamo zitti? O piuttosto siamo portati a scaricare le responsabilità delle carenze informative sui nostri editori? Siamo convincenti nel mostrare modelli virtuosi di comportamenti pubblici e privati, o piuttosto consideriamo ogni doverosa attenzione educativa come estranea alla nostra missione professionale?”
Di Martina Cecco

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