La crisi economica è stata superata nel 2015?

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Abbiamo ricapitolato ieri il quadro delineatosi nel risiko geostrategico e geoenergetico per il 2015. Domani tratteremo le prospettive, per le quali sarà utile già da ora dare un’occhiata al video di cui pubblico il link a fine pagina. Oggi trattiamo della politica economica in cui tutto il risiko viene giocato. Anche qui, a ben vedere, si tratta di una matassa con forse un po’ meno di capo e di coda di quanta se ne ritrovi nella politica internazionale pura e semplice.
Primo anno di ripresa? Il Fondo Monetario, dopo lunghi anni di crisi, è ottimista per il 2016 nel quale prevede un tasso di crescita globale del 3,6% da cui si partirebbe per assestarsi, nel 2020, ai ritmi di crescita precedenti la crisi del 2007-2008. Quand’anche queste stime fossero realistiche, e non è affatto sicuro che lo siano, comunque lo scenario risulterà rivoluzionato rispetto a prima della crisi con le economie definite avanzate che si assesterebbero all’1,9%, un punto sotto il 2007. Ma c’è di più: l’Europa sarebbe fanalino di coda in questa ripresa (crescita dell’1,6%%), dietro gli Usa (2%), la Cina (6,3%). E la stessa Cina verrebbe superata, in questo indicatore, da almeno venticinque Paesi del Terzo Mondo. L’India con il 7,7% guiderebbe il drappello. Dopo una crisi dalla quale l’Fmi ritiene – non si sa con quanta competenza – che si stia per uscire, la geografia economica planetaria risulterà mutata e si affiancherà all’esplosione demografica (o all’inverno demografico). Tant’è che la Cina è appena tornata sui suoi passi sconfessando la politica del figlio unico.
La crisi è davvero superata? Le economie emergenti registrano un sovra-indebitamento di imprese e banche valutato a circa tremila miliardi di dollari. Le economie avanzate si ritrovano di fronte ad almeno quattro problemi seri: la concorrenza “sleale” delle economie asociali emergenti; la necessità di fare sistema economico-politico (da cui nasce la Ue piuttosto che l’inverso); la risoluzione dei crediti bancari deteriorati (che sembra improba) e la mancanza di crescita in Europa, che registra tassi di disoccupazione ed inoccupazione storicamente da rivolta sociale.. A tutto questo, che dovrebbe dettare necessità di governance evidentemente non univoca, si aggiunge la questione strutturale di un’economia gestita da usurai e speculatori che si è trasformata in capital/vampirismo. La produttività infatti è in discussione. Non soltanto per la concorrenza “sleale” degli emergenti e per la duplice brama della Casta (tutto a riuscire possedere e distruggere ogni forma del passato) ma perché è molto più conveniente investire sul capitale che sul lavoro e sulla produzione. A rendere bene l’idea di come si sia precipitati nell’economia di speculazione pura si tengano a mente queste percentuali. Nei decenni Sessanta e Settanta il 40% dei guadagni si trasformava in investimenti; negli anni Ottanta l’investimento era sceso al 10%, nel 2016 non supererà il 4%. La ristrutturazione liberista se da un lato – anche per l’apparente obbligo della concorrenza “sleale” – mette sempre più in discussione il lavoro perché “costa troppo”, dall’altro spinge inesorabilmente alla speculazione, da cui la fragilità di ogni ipotetica ripresa. Sicché altre stime contrastano con le ottimiste e giungono a paventare addirittura una perdita di 3 punti di crescita per il 2017. Ancora una volta, per rendere l’idea abbiamo una matassa in cui ognuno cerca di tirare dalla parte sua il filo, sempre evitando di aggirare il problema di fondo, ovvero la Casta parassita e apolide che non è onnipotente ma poco ci manca. In quest’incrocio di fili tirati distaccano la lotta per i prezzi energetici, quelle sui macro-trattati internazionali e i destini incerti del WTO che regola i commerci internazionali nel mondo.
La lotta per i prezzi energetici Il “Rapporto Cheney” sul finire dello scorso secolo e all’alba delle Twin Towers parlava chiaro. Gli Usa si apprestavano a occupare i pozzi di petrolio nel duplice fine di costringere gli alleati a passare tramite loro nelle trattative di fornitura e di far salire i prezzi in modo vertiginoso affinché la trivellazione dei pozzi americani in profondità diventasse conveniente e la ricerca alternativa potesse essere finanziata. Con i passi in avanti fatti sullo shale oil e sul shale gas gli Usa hanno ribaltato la propria condizione da consumatori a produttori e, con le Primavere Arabe, hanno modificato le relazioni e le condizioni per proporsi come futuri fornitori. Hanno anche imposto alla Russia e alla Ue una Yalta energetica che vedrà noi sotto l’ingerenza americana anche in quel settore. Inizialmente le Petromonarchie e la Russia hanno goduto a piene mani della svolta americana, poi, quando i prezzi , non più gonfiati dagli Stati Uniti, sono scesi di colpo, la situazione è diventata drammatica. Improvvisamente alcuni settori Usa (i nuovi piuttosto che i vecchi) e Riad sono finiti in rotta di collisione (e di qui la carta iraniana giocata da Obama), Ciò produsse nel 2014 un avvicinamento russo-saudita cui il Cremlino fece ampia propaganda, Poi però gli interessi tra i due soggetti mutarono. Infatti l’OPEC per la protezione dei suoi interessi di mercato ha deciso d’intervenire sui prezzi non al rialzo ma al ribasso, accettando di frenare il proprio fatturato in un braccio di ferro con gli americani che andava però nella direzione opposta rispetto ai russi che dal ribasso rischiano di andare in bancarotta. Questa è la situazione che ha indotto gli americani a permettere al Cremlino di entrare in Siria. Mosca, distanziata da Ankara e ora anche da Riad, non poteva più fungere da arbitro generale: l’India e la Cina in quel ruolo la soppiantano. Le economie avanzate fanno invece conto sulla Germania cui la Russia pare disposta a fare sponda.
Il Trattato Trans-Pacifico L’altro grande nodo riguarda i Trattati internazionali, in particolare il TPP (Pacifico) e il TTIP (Atlantico) che sono dei tentativi di regolamentazione mondiale secondo i dettami e gli interessi americani, ma sono una cosa anche ben più complessa. Sul TPP è stato appena raggiunto un accordo “storico” tra Usa, Giappone, Canada, Messico, Perù, Cile, Australia, Nuova Zelanda, Malaysia, Vietnam, Singapore e Brunei, letto in chiave “anti-cinese”. In realtà il TPP non è stato ancora ratificato da nessuno degli Stati in questione e non è detto neppure che venga avallato dal Congresso americano. Quel che spicca nella logica impugnata nel Trattato è che gli Usa – ormai travolti verso il basso nel vortice antisociale e turbo-liberista – si comportano come la Germania del capitalismo sociale renano. Propongono di “scrivere le regole per l’economia mondiale prima che lo facciano nostri concorrenti che non condividono i nostri valori”, tra i quali un minimo di dosaggio umanitario sul lavoro. Il fondo, sapete bene, non ha fondo… Ma la sfida alla Cina – in una matassa che si rispetti non potrebbe essere altrimenti – è anche un’apertura alla Cina con cui Washington sta negoziando un trattato bilaterale d’investimento. Egualmente sembrano orientarsi diversi membri del TPP mentre Pechino, con la AIIB e con il finanziamento dello sviluppo BRICS, gioca per un intreccio intercontinentale. Insomma il TTP sembra più una sorta di tentativo di protezionismo sofisticato delle economie più avanzate del Pacifico che altra cosa.
Il Trattato Trans-Atlantico Il TTIP (Transatlantic Trade and Investiment Partnership), che legherebbe le economie europee indissolubilmente agli Stati Uniti, batte invece il passo. Contrariamente a quanto comunemente si crede, i Paesi europei non sono entusiasti in merito. Le critiche al Trattato giungono un po’ dovunque, in particolare dal Centro-Nord d’Europa (destinato a orbitare intorno a Berlino ed energeticamente proteso su Mosca). L’orientamento prevalente è quello di lasciarsi le mani libere per una serie di relazioni bilaterali. La Commissione ha espresso la sua linea ufficiale due mesi fa e ha specificato che lavora su quattro fronti: il TTIP, un accordo specifico con il Giappone, un trattato con la Cina e il Doha Round del WTO. In appendice una serie di trattative con Africa, Oceania e America Latina. TTIPSulle clausole del TTIP è tutto ancora aperto. In un insieme di accorgimenti opportunistici sembra prevalere la dottrina Schäuble detta “di reciprocità” che pretende di trattare con gli Usa alla pari. Crisi di Globalizzazione? La matassa s’intrica e si dipana in diversi grovigli. Questo può persino significare una “crisi di Globalizzazione” visto che il reticolato di bilaterali sta mettendo in discussione lo stesso ruolo d’arbitro del WTO. I dati salienti che emergono sono perciò i seguenti. – Il sistema turboliberista di Casta sovra-nazionale al momento sembra al riparo da ogni cosa, salvo da sincopi interne o da irruzioni metafisiche. – Il suo sviluppo a matassa sta però aprendo nel suo interno una serie di faglie e di ipotesi di sponda che offrono un tempo sufficiente a un’opposizione costruttiva per creare potere (organizzando i ceti produttivi, l’autonomia finanziaria ,magari con interventid’interscambio e monetari di complemento), facendo irruzione nel mondo valoriale e mettendo a frutto le aperture che si verificano nella riscrittura geo-energetica e geo-economica in atto nonché nella crisi delle etichette politiche consuete. Per far questo è necessario andare oltre il cartello raccogliticcio dei disagi dei ceti sociali perdenti e della panoplia di tutte le nostalgie confuse, com’è, quasi ovunque, il caso di chi impugna il dissenso. Se l’attuale fase di transizione produce qualche crisi di governance, cionondimeno la forza delle cose (i satelliti, il tempo zero, i mercati aperti, la demografia, la tecnologia) producono soggetti a raggio ampio destinati ad agire anche economicamente in modo molto diverso dai decenni precedenti. Peraltro la ristrutturazione della Ue va avanti a passo serrato. Per il prossimo Europarlamento interverrà una riforma elettorale e i finanziamenti ai partiti verranno moltiplicati esponenzialmente, mentre a livello nazionale saranno ridotti al lumicino. Lo scontro in atto è interno alla Ue e verte sui poteri specifici. Più, se si è in grado d’imporlo, sulle scale principiale e valoriale nonché sulla conformazione degli apparati sociopolitici.
Avanguardie cercansi Spetterà alle avanguardie che dovranno interpretare il dissenso trasformarlo da uno sterile NO a una dinamica rivoluzionante. Dovranno prima assumere tre prerogative non negoziabili: 1) Un fanatismo tradizionale che si dispieghi in una seria metodologia moderna. 2) La conoscenza della realtà tanto nella sua complessità quanto nelle sue linee generali (oggi, quando va bene, se ne coglie l’uno o l’altro aspetto, ma proprio non basta). 3) La capacità di esprimere un’alternativa che sia realistica oltre che ideale, che guardi a domani e non a ieri, e che lo faccia non solo teoricamente, bensì con la creazione di poteri radicati nel sociale e nel locale che facciano pressione sulla politica professionale.

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