Africa Orientale: blocco verso gli Stati Uniti e (ri)nascita del tessile

Dal primo gennaio 2019 potremmo, forse, cominciare ad assistere all’inizio di una vera e propria rivoluzione industriale (postuma, rispetto ai paesi Occidentali) in Ruanda, Uganda e Tanzania. Infatti, in tale data, entrerà in vigore un provvedimento che fermerà l’importazione di scarpe e indumenti usati dagli Stati Uniti e dall’Europa.
L’obiettivo di tale manovra commerciale è semplice: favorire lo sviluppo dell’industria tessile del territorio al fine di coprire il fabbisogno in vestiti, per un riscatto economico dell’Africa orientale.
I risvolti a lungo termine non sono scontati: la nascita, infatti, di una vera industria tessile potrebbe essere la scintilla che porterà al cambiamento dell’economia dei Paesi. Ricordiamo infatti che lo sviluppo dell’economia tessile fu un fattore chiave delle rivoluzioni industriali in Inghilterra e Germania tra Settecento e Ottocento.
Il tessile, infatti, viene considerato un settore fondamentale per rafforzare le esportazioni, ma non solo, anche per acquisire conoscenze gestionali e organizzative che potranno fungere da modello per altri settori, e, soprattutto, creare nuovi posti di lavoro.

Ѐ stato lo stesso ministro del Commercio e dell’Industria del Ruanda, Vincent Munyeshyaka, ad affermare che l’intento del Paese, con questo provvedimento, sia di “colmare il deficit commerciale riducendo le importazioni di beni che possono essere prodotti localmente, quali scarpe e vestiti”.
Il fine è quello di ridurre, nel 2019, le importazioni a 33 milioni, a fronte delle 124 milioni del 2015, creando in questo modo, appunto, più di 25 mila posti di lavoro.
Parole simili provengono anche dal primo ministro della Tanzania, Kassim Majaliwa,: “Ora sappiamo di poter fabbricare in casa diversi tipi di abbigliamento a prezzi abbordabili. Questa opzione offre sbocchi sicuri ai nostri produttori di cotone. È la giusta decisione da prendere”.

Come è immaginabile, il provvedimento non è stato ben accetto da parte degli Stati Uniti, i quali hanno esercitato non poca pressione sulla Comunità dell’Africa orientale (East African Comunity) sin da quando, nel 2015, quest’ultima ha preso la decisione di bandire il commercio di indumenti usati importati dall’estero. Ciò non stupisce se si guarda ai dati di esportazione degli Stati Uniti: ogni anno esportano circa 124 milioni di dollari in abiti usati in soli Ruanda, Uganda e Tanzania, mentre in tutta l’Africa Orientale la cifra sale a 135 milioni, e che tende ad aumentare ogni anni del 60%.
Le pressioni statunitensi hanno portato il Kenya, inizialmente associato agli altri tre paesi, a recedere dal provvedimento, per timore di essere estromesso dal mercato americano.

Se però si guarda ai dati di import ed export del 2016 nei tre paesi sopraccitati, le importazioni americane erano uguali a 281 milioni di dollari, mentre le esportazioni erano pari a solo 43 milioni nel territorio statunitense. Il senso del provvedimento è rivolto proprio a questo, a risollevare l’industria tessile di paesi che da troppo tempo sono succubi di altre potenze occidentali, in un divieto che sarà costoso e rischioso, ma anche una enorme opportunità di crescita e autonomia economica, e non solo.

Si hanno già prove tangibili dell’efficacia del puntare sull’industria tessile nazionale per paesi in via di sviluppo nella stessa Africa Orientale, più precisamente in Etiopia. L’industria tessile qui è in grande fermento: il marchio etiope Ambassador Garment & Trade, ad esempio, sta raddoppiando la sua capacità produttiva, producendo 600 capi maschili al giorno solo nella fabbrica di Gerji, a fronte di oltre 90 negozi nel Paese e migliaia di dipendenti in costante crescita. Tali numeri sono davvero notevoli se si tiene conto che il marchio è nato all’inizio degli anni Ottanta, con una sola macchina per cucire e un solo uomo al lavoro.
Non solo, un’industria tessile nazionale attiva, attrae anche investimenti e capitali stranieri, che contribuiscono in questo modo ad un ulteriore sviluppo dell’industrializzazione.

Questo piccolo passo per i tre paesi dell’Africa orientale può perciò essere il primo scalino per un lento ma, possibilmente, inarrestabile lungo cammino verso l’industrializzazione e l’indipendenza economica e politica.