L’ansia di abbattere il debito pubblico

Il leit motiv, da quando siamo dentro l’euro, è sempre lo stesso: bisogna abbattere il debito pubblico. Bisogna ridurlo il più possibile, almeno fino al 60% del PIL. Un debito pubblico troppo alto ci rende “schiavi” dei mercati, e via dicendo…

Prima di tutto, cosa è il debito pubblico. Il debito pubblico è una forma di finanziamento dello Stato: lo Stato chiede in prestito i soldi ai privati, dietro il riconoscimento di un interesse. Chiede in prestito questi soldi, perché è attraverso essi che lo Stato finanzia la spesa pubblica, e cioè l’assistenza sanitaria, l’istruzione, la manutenzione delle strade, la difesa e così via. La sintesi è questa.

Normalmente il debito pubblico emesso dallo Stato è garantito dalla Banca Centrale. Per evitare che i tassi di interesse sul debito aumentino troppo, la Banca Centrale agisce come prestatrice di ultima istanza: acquista, emettendo moneta, il debito pubblico invenduto, evitando perciò che lo Stato si finanzi a un tasso troppo elevato sul mercato. Ergo aumenti esponenzialmente il debito, per via degli interessi.

Questo accadeva in Italia fino ai primi anni 80. Lo Stato si finanziava sul mercato, e la Banca d’Italia garantiva il debito attraverso l’acquisto dell’invenduto. Poi tutto è cambiato. Dopo il divorzio dal Ministero del Tesoro, la Banca d’Italia non ha più garantito il debito e questo via via è aumentato esponenzialmente. Ma avevamo ancora la sovranità monetaria, dunque per certi versi, l’aumento del debito non era un reale problema.

Poi è arrivato l’euro e sono arrivate le folli regole sul debito. Il nostro debito, alla luce di queste regole, risulta ingombrante (ed è persino aumentato). Ma lo è diventato semplicemente perché lo scopo dell’euro è costringere gli Stati che hanno adottato la moneta unica a limitare fortemente il ricorso alla spesa pubblica e dunque all’indebitamento. Perché ciò accada, gli Stati nazionali devono necessariamente ridurre all’osso la spesa, privatizzando e vendendo assets pubblici. La “sanzione” per chi non provvede, al netto delle procedure di infrazione e in assenza di sovranità monetaria, è lo spread e dunque la degradazione del debito pubblico a debito spazzatura, con gravi difficoltà per lo Stato che lo emette di finanziarsi sul mercato privato.

Ecco la ragione per la quale oggi esiste una ossessione per l’abbattimento del debito pubblico. Se non lo si abbatte, lo spread sale, e se lo spread sale, nessuno compra il debito, e se nessuno compra il debito, siccome lo Stato che adotta l’euro non ha sovranità monetaria, lo Stato non può reperire i finanziamenti per mandare avanti la baracca. Il che porta quello Stato a fare di tutto per abbatterlo, comprese le privatizzazioni della sanità e dell’istruzione, e dunque la demolizione delle protezioni sociali e degli istituti il cui scopo è la realizzazione dell’equità sociale e lo sviluppo della persona umana. In altre parole, l’euro e i suoi vincoli sul debito diventano un feroce metodo di governo e un sistema di restaurazione del liberismo sfrenato in voga nel periodo precedente la prima guerra mondiale.

Davanti a questa evidente verità si noti che, a parte i sovranisti, nessuno sostiene che bisogna uscire dal meccanismo mortifero e folle che impone l’abbattimento del debito. Anzi, l’unico mantra che gli eurinomani sono in grado di ripetere all’infinito è che bisogna abbattere il debito, costi quel che costi. E poco importa se questi costi sono deindustrializzazione, povertà e disoccupazione (a proposito, la disoccupazione strutturale svolge un ruolo cruciale nella stabilità della moneta unica). Importa che si abbatta il debito e dunque si riduca la spesa pubblica (meno sanità, meno istruzione, meno diritti). E’ un po’ come quel prigioniero tenuto a pane e acqua che davanti alla necessità di sottrarsi alla prigionia per sopravvivere, affermi che no, la prigionia non si discute perché in fin dei conti è giusto mangiare poco o nulla, in quanto la soluzione non è nel pretendere di mangiare di più, ma nell’abituarsi a mangiare di meno.