Laterza, Festival economia, Fana: “Non è lavoro, è sfruttamento”

INCONTRI CON L'AUTORE - NON È LAVORO, È SFRUTTAMENTO a cura di Editori Laterza Nella foto: Federico RAMPINI, Marta FANA Festival dell’Economia Facoltà di Giurisprudenza - Aula Magna Trento, 2 giugno 2018 FOTO: Nicola Eccher

Libri di Laterza: “Quello che sembra lavoro e invece è palese sfruttamento. Paghe da 450 euro al mese. Una app che convoca il lavoratore per una consegna a domicilio. Il lavoro destrutturato e impoverito, indagato in un libro da Marta Fana, PhD in economia a SciencesPo a Parigi e collaboratrice del Fatto Quotidiano, al centro di un seguito dibattito con la giornalista Tonia Mastrobuoni, il corrispondente dagli Usa Federico Rampini e l’economista Andrea Roventini. Con una panoramica tra Italia, Germania e Stati Uniti. Tra diverse culture del lavoro, ideologie mai scomparse, errori di politici ed economisti, digitalizzazione cavalcata per aumentare gli utili a scapito della qualità e dignità del lavoro.” 

Il concetto espresso nell’incontro tenutosi ieri a Trento è abbastanza semplice: il lavoro flessibile non è stato applicato dalle aziende in modo corretto, di conseguenza alla fine di tutto questo processo ne perdono i lavoratori (in salario e diritti) e le stesse aziende (in produttività e qualità).

Seppure i motivi per cui questo sia accaduto non siano così lineari, qualcosa è stato messo in luce nell’incontro con l’autrice del libro “Non è lavoro, è sfruttamento”, Marta Fana, PhD in economia a ScencesPo a Parigi e collaboratrice de Il Fatto. Con lei Federico Rampini, Andrea Roventini e Tonia Mastrobuoni.

Hanno parlato di Minijobs, di lavoretti, e di Gig economy visti dal lato volutamente negativo, cioè le Bad Experience, laddove il lavoro ne è uscito male con pressapochismo da hobby (lavoratori senza diritti e con contratti capestri e aziende che hanno perso in dignità fino all’esempio FIAT, crisi e fuga dall’Italia).

Che poi – in realtà – lo sfruttamento è sempre quando non c’è mediazione tra profitti e produttività e laddove l’azienda – in qualsiasi modo – intendesse trasformare il dipendente da perstatore d’opera quale egli è, in parte attiva dell’azienda, cosa che non è; il lavoratore non è l’azienda e non ne trae profitto altro e aggiuntivo se non lo stipendio pari all’opera prestata e i diritti correlati proporzionali alle condizioni di salute dello STATO o NAZIONE in cui egli opera (punto dove si colloca il rischio). Dunque il concetto per cui il lavoratore diventa parte di un’azienda (promosso in passato anche dai sindacati) resta comunque un punto fermo profondamente errato, un modo sbagliato di interpretare il lavoro che consiste invece e solo in precise operazioni e mansioni, che – in realtà – sono migliormente interpretate dai giovani, i quali sanno dare solo quanto serve.

Sfruttamento di oggi che ricalca lo sfruttamento avvenuto in passato negli anni cinquanta quando l’operaio di fronte ai cotillons degli stipendi veniva caricato anche dell’onere morale di essere parte di un sistema, cosa che non è. E tuttavia questo è il punto di vista da cui è stato seguito questo incontro con l’editoria.

“Un mondo di sfruttamento che per l’autrice nasce dal reaganismo e tatcherismo anni ottanta. In Italia dal 1997 a oggi ogni tre anni una legge che ha tolto tutele lavoro e non ha compensato la flessibilità con qualche ammortizzatore. I riders che consegnano pizze a domicilio ci sono sempre stati. Ma oggi sono ingaggiati con una app. E non hanno un luogo fisico per essere tutelati, fare fronte comune.”

Se il welfare italiano è invecchiato velocemente e non garantisce più supporto, principalmente per scelte politiche sbagliate, l’esempio portato da Federico Rampini, corrispondente di Repubblica dagli Stati Uniti offre uno spaccato della cultura del lavoro in America che è ancora peggio: senza tempo libero, social media e internet che non conosentono di staccare dalla professione neanche durante i riposi settimanali e la sera, criteri assolutamente “fuori di testa” che comunque non servono a niente a livello di produttività e una esistenza tutto sommato sterile e appiattita sul lavoro. “Negli Stati Uniti le aziende pagano bene gli stagisti per assicurarsi il miglior capitale umano – ha detto Rampini – mentre da noi i giovani devono lavorare gratis”.

Andrea Roventini, economista della Scuola Sant’Anna di Pisa e potenziale ministro indicato dal Movimento 5 stelle alle ultime elezioni, ricorda che cambiare lavoro ogni sei mesi non dà competenze per migliorare la produttività. Ha detto che il Reddito di cittadinanza non è da intendersi come una “paghetta” per tutti che risolva il problema della inoccupazione dovuta a eventuali tecnologie.

Contro l’esempio americano quello tedesco, con la settimana lavorativa in giorni da 6 ore e la sacralità del tempo libero e la Francia con il modello affossato della settimana da 35 ore, boicottato.

Di interessante, in particolare, che sia emerso durante il Festival dell’economia delle tecnologie come le tecnologie servono solo ed esclusivamente per diminuire il carico della fatica per arrivare al risultato, mentre non servono per aumentare la produttività (che dipende da fattori correlati alle tecnoligie stesse) nonché che qualcuno pensi anche al concetto di riduzione di ore di lavoro settimanali e di sacralità del tempo libero (la famiglia e la vita culturale, salutistica e sociale dipendono dal tempo libero). Un modello futuro vincente che coniughi le tecnologie ai salari di diritto, il lavoro alle equità e la produttività alla domanda, sarebbe la sfida di un mega super cervellone automatizzato che come un robot dettasse le regole per l’economia reale, lontano dagli interessi politici e vicino alla praticabilità, è possibile? Mi piace chiudere così, con una riflessione aperta per chi leggerà il libro o si occuperà di questi problemi a breve, visto l’ormai chiaro inserimento dei robot nelle mansioni intermedie.

A cura di Martina Cecco