L’eccellenza del made in Italy nel mondo sono le armi

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Cosa serve per fare una guerra? Essenzialmente risorseuomini e armi. Avere queste tre categorie sviluppate al massimo permette, sulla carta, di iniziare una campagna e portarla a termine in poco tempo e con poche perdite.

La storia, però, è piena di esempi di eserciti sulla carta imbattibili, ma sconfitti alla fine per errorisfortuna o incapacità. In fin dei conti, l’uomo ha sempre cercato di eliminare questi fattori, sia che dovesse combattere con una pietra o con un droneaffinando sempre più le proprie armi e le tecnologie.

Ma come si dice spesso, le strade dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni: chi inventò la mitragliatrice pensava di poter ridurre il numero di soldati nelle unità militari e di conseguenza il numero delle vittime in battaglia, dimostrando così l’inutilità della guerra.

Il dr. Gatling non tenne però in conto una cosa: il profitto che si genera dalla produzione e della vendita delle armi. Negli ultimi 25 anni l’Italia può fregiarsi di un export instancabile che ha generato 36 miliardi di profitto: la crisi qui non batte chiodo.

Il nostro paese è il quinto produttore di armi al mondo, e i paesi che ne hanno “beneficiato” sono oltre un centinaio, un prospetto che tocca un po’ tutti, dai grandi ai piccoli: dal colosso americano-inglese ai piccoli ma ricchi emirati arabi, dalla problematica siriana ed eritrea ai litigiosi turchi e greci, e l’elenco potrebbe continuare (quasi) ad infinitum.

L’Europa, nel suo complesso, ha esportato armi che hanno incancrenito la questione libica, la primavera araba e chissà cos’altro. L’Italia, però, si dimostra in primo piano: lo scandalo che ha coinvolto la Finmeccanica ne è l’esempio, i 23 miliardi destinati alla Difesa nel 2012 un altro, e un terzo può essere l’annoso problema degli F-35.

Quello delle armi è un mercato molto florido, macina miliardi e garantisce spaventosi ritorni. Questi, però, sembrano non toccare tanto il territorio in cui nascono, ma lo Stato che li possiede: è vero che Finmeccanica, Agusta Westland o Beretta danno lavoro qui, ma i lavoratori e il territorio vivono in una zona grigia, dove a prevalere è l’interesse per la poltrona (i casi di Milanese e Galli).

Tre aziende che hanno venduto armi a Stati anche fuori dal nostro sistema di alleanze o con i quali non corrono buoni rapporti (IndiaPakistanEmirati Arabi Uniti, ecc.). Il passaggio da tecnologiemilitari a quelle civili è continuo e il confine molto sottile. Sembra paradossale, ma nessuno sa a cosa tali tecnologie saranno indirizzate: come armi o come strumenti di pace?

posteri stanno scontando la sentenza oggi sulla propria pelle e tutti vediamo cosa succede. Parlare dei signori della guerra sembra riferirsi alla visione romantica dei vecchi gangster, e allora come oggi la mano dello Stato lava (spesso) quella del criminale.

La legge 185 del 1990, raggiunta dopo una martellante campagna, stabilisce chiaramente, ad esempio, di non vendere armi ai paesi sottoposti all’embargo o che violino i diritti umani e ad essere consoneall’attività militare italiana. Come mai, però, l’Iran, tramite terzi, ha avuto armi dalla Finmeccanica? Perché al Parlamento pervengono sempre meno dati certi?

Se le prime relazioni consegnate al Parlamento segnalavano, precisamente e in un chiaro quadro riassuntivo, il tipo di armi esportato per quantità e valore, il produttore e il destinatario, oggi tali informazioni sono state smembrate in una pletora di tabelle che non consentono più di conteggiare i vari acquirenti.

Molto più utile sembra la confusione della certezza, per non perseguire politiche di responsabilitàsociale a proposito degli stanziamenti all’industria militare e ai servizi per l’export di armi.

Le armi infiammano le guerre, la corruzione, la violenza, le ruberie delle risorse scippate alla collettività per andare nelle tasche di pochi. Come altri settori del nostro stato, anche il settore della difesa va orientandosi verso l’ottica di mercatoaumentare i profitti, a qualunque costo.

Spese tanto elevate per eserciti e armamenti, secondo vari studi, contraggono il PIL dell’1,8%: in altri termini, una perdita di due milioni di posti di lavoro.

Siffatti numeri mostrano che gli «affari di Stato» (e di una ristretta oligarchianon sono per nulla vantaggiosi per le popolazioni e per l’economia globali, già provate da perniciose decisioni in campo finanziario.

Pasquale Narciso