Quando lo spread è negativo: l’esempio della Danimarca

Iniziamo col sottolineare che il termine “Spread” in sé è generico e sta ad indicare un differenziale tra due componenti: quello di cui tutti noi sentiamo parlare indica appunto quel differenziale che si crea tra il rendimento dei titoli italiani a 10 anni (BTp) e quelli tedeschi della medesima durata (Bund). Essendoci tra il prezzo e il rendimento di un titolo una correlazione inversa, questo significa che se il titolo italiano rende di più di quello tedesco, il suo prezzo è invece minore. E’ minore perché la domanda di quei titoli risulta più bassa, in quanto gli investitori li considerano più rischiosi e questo si traduce in una richiesta di un maggior premio al rischio, appunto in un rendimento maggiore.

Si usa sempre confrontare i nostri titoli decennali con quelli tedeschi poiché quest’ultimi sono considerati quelli più sicuri. Se andiamo però a guardare i rendimenti dei titoli degli altri paesi europei, notiamo che la Danimarca offre un rendimento minore di quello della Germania, ovvero vi è uno spread negativo.

E’ dunque possibile che gli investitori ritengano più solvibile la Danimarca che non la Germania? Effettivamente sembra essere così.

Certo, la differenza tra i rendimenti dei due titoli decennali è minima (parliamo di oscillazioni intorno allo 0,43% per quelli danesi e lo 0,45% per quelli tedeschi), ma è comunque interessante notare che la Germania non è sempre al primo posto in tutto.

Occorre sottolineare due aspetti: il primo è che, considerando gli ultimi anni, il rendimento del decennale danese è minore di quello tedesco solamente da inizio 2018 ad oggi, mentre è stato il contrario fino al 2017; il secondo è che, oltre all’anno corrente, il rendimento del decennale danese è stato minore anche nel 2011, anno di intensificazione della crisi dei debiti sovrani.

Le conclusioni che si possono trarre sono due: da un lato, i rendimenti dei titoli di entrambi i paesi sono andati a braccetto, a testimonianza che gli investitori hanno sempre considerato sicuri e solvibili entrambi i governi; dall’altro, che in tempi difficili il governo danese è stato considerato addirittura più meritevole, da un punto di vista creditizio, di quello tedesco, sia nel 2011 come già spiegato, sia oggigiorno in cui il mercato obbligazionario si ritrova in una situazione relativamente nuova e confusionaria, a causa del ricorso alla politica di alleggerimento quantitativo della BCE e alla sua fine, programmata per dicembre del corrente anno.

Tenendo in considerazione il fatto che in Danimarca non è presente l’euro, bensì la corona danese, che comunque è ancorata a quest’ultimo con una banda di oscillazione di ± 2,25%, possiamo senz’altro testimoniare la bontà della gestione governativa, che tiene fede all’etichetta di efficienza e trasparenza che si è soliti dare ai paesi scandinavi.

Partiamo innanzitutto da un PIL  reale pro capite (in €) attualmente pari a 46.500, sopra i livelli pre-crisi e sopra quello della Germania che è attualmente pari a 35.500; un tasso di disoccupazione che, anche se superiore a quello tedesco, è sicuramente basso, nello specifico pari al 4,9%; un debito pubblico, e qui vi è un’importante differenza, pari al 36,4% del PIL, contro il 64,1% di quello tedesco, affiancato da un surplus commerciale pari all’1% del PIL. Danimarca che quindi non ha nulla da invidiare ai tedeschi, e che ha altrettanto saputo approfittare di un lungo periodo di tassi d’interesse minimi per sviluppare la propria economia.

Da questi pochi dati è quindi comprensibile il motivo per cui i mercati attribuiscono un rischio minimo al paese scandinavo, addirittura attualmente più basso di quello della Germania con cui siamo costretti quotidianamente a “scontrarci” e a prendere come unico esempio di virtuosismo e perfezione, quando invece, come abbiamo appena visto, ci sono altri compagni europei in grado anche di fare meglio, senza per questo il costante bisogno da parte dei media di ricordarcelo ogni volta che accendiamo la tv o leggiamo un giornale.

D’altronde, tra il prendere spunto seguendo le proprie idee e il seguire una linea imposta, c’è differenza.