REDDITO DI GARANZIA? MEGLIO L’OCCUPAZIONE ASSISTITA

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Sta facendo discutere in questo fine settimana l’intervento di alcuni membri della Comunità Rotaliana, incentrato sul tema: “Reddito di garanzia”. Il RdG è uno strumento che consente a famiglie che hanno un indice di povertà determinato dall’ICEF che stabilisce il bisogno all’assistenza, viene calcolato sommando cespiti, beni, capitali e eventali redditi diretti, misurati in coefficiente famigliare, per determinare il grado di autonomia finanziaria di un nucleo o di una persona.
Se questo indice raggiunge un limite sufficientemente basso, l’interessato ha diritto di chiedere una forma di assistenza economica diretta, chiamata appunto RdG.
Possono accedere tutti coloro che sono residenti in Trentino, previo calcolo presso i CAF dell’indice di povertà/ricchezza attestando la situazione economica personale o del nucleo.

Da quando si calcola l’indice si procede inoltrando presso il servizio di competenza la “Domanda” per poter ricevere la somma.
Si tratta quindi di una forma di assistenzialismo, che di per sé diventa discutibile se si calcola che non viene ottenuta con il lavoro ma con la povertà.
Essere poveri non è certo una colpa, ma il problema è che questa forma di assistenza è diventata per le persone che non hanno lavoro una specie di “salvagente” di emergenza, che molti chiedono anche quando qualche soluzione alternativa c’è.

Per questo il dialogo politico al tavolo in questi giorni è inerente l’opportunità di trasformare la modalità con cui viene “vissuto” il periodo di assistenza.
Se da una parte è vero che la famiglia in povertà ha bisogno di un aiuto, è anche vero che la persona reddituata va sempre mantenuta vigile e attiva sul suo presente medesimo.

Da questo il via alla proposta, di aggiungere un “valore reale” ovvero un servizio per la società o un orario di prestazione che viene ricambiato con il RdG.
Modificando il metodo di erogazione, dato quindi in cambio di un servizio, come pensano di fare ad esempio in Piana Rotaliana.

Ma il tassello mancante, che ancora non è stato inserito da alcuna proposta di parte politica, cioè il passo che davvero riesce difficile non pensare è il seguente: perché non trasformare allora le forme di assistenza economica, materiale, di disoccupazione in servizio e prestazione vera e propria a vantaggio dell’ente pubblico, di associazioni o enti convenzionati?

Fermo restando che le somme erogate mantengono lo stesso valore economico, ovvero escono dalle casse pubbliche in qualsiasi forma esse siano strutturate, perché non restituire la “dignità” della persona trasformando l’attuale forma di assistenzialismo passivo in una forma di prestazione attiva?
Il parere che a somma ricevuta debba corrispondere un “lavoro” è determinato dalla convinzione che un individuo ha diritto a sentirsi parte della società anche attraverso il servizio lavorativo, mentre d’altra parte vi sono parecchie mansioni che possono essere svolte per l’ente pubblico.

Mansioni come quelle della pulizia delle strade, del controllo dei parchi, del guardiano notturno, dell’accompagnamento anziani a fare la spesa, dell’accompagnamento disabili in passeggiata, della lettura dei giornali ai non vedenti, del tinteggio e manutenzione delle strutture pubbliche e dell’operosità in favore delle associazioni, potrebbero essere alcune idee, per restituire dignità di lavoratore, creare “occupazione assistita” e cambiare completamente il punto di vista dell’autonomia locale, rendendo molto diverso il concetto di inoccupazione o disoccupazione. Inoltre sgraverebbe anche economicamente tante famiglie che hanno bisogno di un prezioso aiuto in casa per assistere i famigliari o per le mansioni impegnative, ma che per motivi economici potrebbero a loro volta essere inserite nel circuito del servizio, facendo a loro volta l’ICEF per avere diritto alle prestazioni dei “lavoratori assistiti” affinché non ci siano furbetti che usufruiscono del servizio gratuito pur potendosi permettere il servizio “normale”, sapendo di poter davvero contare sull’ente pubblico per un aiuto concreto “bilaterale”.
Allora esso diventa opportunità di maturazione personale e di esperienza, al contrario del mortificante assegno che identifica come “povero” anche chi è in piena età produttiva.

Un esempio di questo modo di intendere la inoccupazione viene da Oltralpe, dove in cambio di un assegno pubblico i disoccupati prestano ore di servizio per l’ente pubblico stesso.
Diventa da una parte vincolante, perché richiede impegno a essere dei “lavoratori” però incentiva anche a ricorrere al RdG solo quando sia necessario, la prestazione è più veloce e l’assegno tamponatorio aiuta per brevi periodi e non diventa mai un “sigillo” da cui è difficile liberarsi, anche mentalmente, predisponendo alla voglia di cercare lavoro e di trovare soluzioni occupazionali.

 

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