SALVATORE SANTANGELO E IL RITORNO DELL’ #INTERESSE NAZIONALE

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Domenica, durante il Convegno Nazionale del movimento “Prima L’Italia”, si svolgerà la conferenza “L’interesse nazionale italiano tra USA, Russia, Europa e Mediterraneo”. Il relatore sarà Salvatore Santangelo che fino al 2012 è stato direttore del Centro Studi della Fondazione Nuova Italia, da sempre vicina al mondo della Destra sociale.  Attualmente è giornalista e blogger. Esperto di politica internazionale e di storia del Novecento, vanta come pubblicazioni: Frammenti di un mondo globale (2005) e Le lance spezzate (2007) entrambi editi con Pagine-Nuove idee. Lo abbiamo intervistato per avere qualche anticipazione in merito al discorso che farà domenica. Ne è uscita un’interessante conversazione in cui ha affermato la necessità di creare un dialogo con la Russia, ritenuta da lui una potenza da non guardare dal punto di vista economico quanto piuttosto sul piano geopolitico. Salvatore Santangelo, in merito alla delicata questione nel Mediterraneo, ha teorizzato un ritorno della “Via della Seta”, storico percorso che portava i mercanti europei verso la Cina e l’India.

Domenica 26 ottobre lei parlerà alla conferenza dal titolo “L’INTERESSE NAZIONALE ITALIANO TRA USA, RUSSIA, EUROPA E MEDITERRANEO”, sarà un’occasione per spiegare quali concetti?

In questa iniziativa promossa da Gianni Alemanno, cercherò di spiegare come il mutato scenario internazionale imponga agli Stati di fronteggiare con maggiore consapevolezza le sfide da affrontare e di allungare l’orizzonte temporale della politica: in altri termini di definire gli interessi nazionali da perseguire, in base ai valori e ai principi propri di ciascuna civiltà e di ogni ordinamento costituzionale. Senza la definizione degli interessi, infatti, non potrebbe esserci un indirizzo chiaro e coerente per le scelte politiche contingenti, e verrebbe inoltre a mancare ogni possibilità di controllo democratico sulla politica estera e di sicurezza e sul ruolo che in essa sono chiamate a svolgere le Forze armate. Nella scena politica italiana il concetto di interesse nazionale ha cessato di rappresentare un tabù; pur tuttavia manca ancora una consapevolezza della sua importanza e una metodologia per utilizzarlo appieno nel momento della formulazione della politica estera e di sicurezza.

Mi sembra estremamente attuale la sintesi proposta dall’ex ministro Gianni De Michelis: «Il nostro interesse si articola su tre livelli distinti e allo stesso tempo complementari: 1) la condivisione delle politiche europee con un maggiore impegno italiano nella costruzione di una strategia europea partecipata che tenga conto delle diverse anime, ma che si sintetizzi in una posizione unica; 2) il rafforzamento del rapporto transatlantico che non significa subalternità a Washington, ma deve estrinsecarsi in una visione del mondo ragionata e non più condizionata da una scelta di campo, più o meno obbligata, come nell’epoca della Guerra Fredda; 3) la promozione di un’Europa a dimensione mediterranea, nella quale Bruxelles contribuisca fattivamente e alla soluzione dell’annoso conflitto israelo-palestinese».

In questi ultimi mesi i rapporti tra Unione Europea e Russia sono deteriorati, il governo Renzi ha avallato questa decisione. La ritiene corretta o la Russia dovrebbe essere un’importante patner economico per la nostra economia nazionale?

Interessi geopolitici, economici ed energetici ci portano a guardare alla Russia come a un partner fondamentale per l’Europa e l’Italia.

Chiaramente l’Europa, una volta trovati i suoi equilibri (tra Paesi fondatori e quelli di nuovo ingresso, storicamente e quindi comprensibilmente più ostili a Mosca), deve avere anche la capacità di dar vita a una partnership strategica e paritaria con la Russia in grado di superare le attuali drammatiche contrapposizioni favorendo – attraverso un processo di democratizzazione e di modernizzazione – l’evoluzione del sistema politico moscovita. In questo senso l’Europa deve essere una potenza di pace e di equilibrio. Se il gigante economico e nano militare europeo si incontra e si completa con la sua immagine speculare russa, può scaturire una sinergia capace di cambiare le inerzie planetarie. Ma l’Europa deve smettere di pensare alla Russia in termini di ideologia economicista rapace, e cominciare a percepirla in termini di realismo geostrategico. E deve adoperarsi affinché anche gli Usa se ne convincano, aiutandoli a correggere la prospettiva che, a causa dell’oggettiva distanza, rischia di essere a volte falsata. Questo perché la Russia – e la reazione alla crisi ucraina lo dimostra – non sarà mai più una terra di nessuno in cui compiere indisturbate incursioni per smantellare e portarsi a casa interi pezzi di apparato produttivo attraverso una definizione unilaterale delle regole del gioco. L’Europa deve trattare la Russia come una grande potenza che non tollera velleitarie intrusioni nei suoi affari interni e che ha bisogno di definire un adeguato spazio esterno di sicurezza. L’Europa deve essere capace di questo salto di qualità concettuale; stabilirebbe così una partnership storica e ne ricaverebbe risorse energetiche e soprattutto una leva strategico-militare in grado di colmare la sua strutturale fragilità riprendendo il vecchio slogan gollista di «un’Europa dall’atlantico agli Urali».

Quale  ruolo vede per l’Italia nell’Europa soprattutto a seguito delle recenti ondate migratorie che portano migliaia di persone dal terzo mondo in Italia?

Una priorità della politica estera italiana è la necessità di riequilibrare gli assi di sviluppo che hanno sbilanciato l’Europa tutta verso Est, perché sono fortissimi i pericoli della disattenzione europea nei confronti del Sud. Resta il fatto che, oggi, per questa complessa realtà, l’Europa non ha messo in cantiere e neanche immaginato nessun serio progetto di cooperazione e di sviluppo. Un governo europeo dei flussi migratori, la creazione di una banca di sviluppo, lo stanziamento di fondi di cooperazione mirati, ma innanzitutto l’affermazione politica con cui l’Europa definisca finalmente il Mediterraneo come una propria area di influenza in cui intende seriamente misurarsi. Dobbiamo riequilibrare verso il Mediterraneo la marcia verso Est degli ultimi venti anni, promuovendo un massiccio afflusso di risorse verso il Medio Oriente e l’Africa per tentare di disinnescare la bomba a orologeria sulla quale le nostre società sono inconsciamente sedute. Anche perché – dalla Libia alla Siria fino all’Iraq – il Mediterraneo e il Vicino-Oriente sono tornati a essere un epicentro di crisi globale. A questo punto non si può non prendere atto dell’attuale assordante assenza dell’Italia, che deve peraltro farsi consapevole che, se non si rende artefice e protagonista in questo contesto, non recupererà mai il divario Nord-Sud italiano: rispetto a un mercato che si sviluppasse solo verso nord-est, infatti, il Sud permarrebbe inevitabilmente in una condizione periferica.

È forse il momento, andando contro coloro che puntano a una maggiore europeizzazione, di guardare al mediterraneo piuttosto che all’Europa. E in cosa possiamo essere più affini con il mondo mediterraneo rispetto a quello anglosassone?

L’Italia deve essere strutturalmente presente nel contesto Mediterraneo: dal punto di vista economico e culturale, in termini di cooperazione, promozione e crescita, investendo in questi ambiti e pretendendo che l’Europa faccia altrettanto. L’Italia deve assolutamente ottenere dall’Europa questo tipo di delega. Il Mediterraneo – nonostante l’attuale fase di instabilità – sta tornando a una nuova centralità, e questa nuova fase post-global si sta dirigendo nuovamente verso le antiche vie di sviluppo. “La via della seta”, che sbocca naturalmente sul Mediterraneo, sarà una delle grandi vie del futuro, così come tutti i principali corridoi multi-modali. Il problema è non perdere la competizione, e farsi trovare (politicamente, in termini di infrastrutture e di dinamicità) pronti alla sfida, altrimenti guarderemo solo passare le deviazioni verso la Spagna o la Francia e subire solo i contraccolpi sul versante energetico e dell’immigrazione.

Comunque la vocazione italiana, pur nella piena consapevolezza dell’attuale debolezza europea e dei suoi limiti politici, non può che essere una prospettiva europeista. Tenendo presente una immediata riserva: proprio in ragione delle difficoltà di costruire l’Europa politica – il che significa costruirne una che sia dotata di una coerenza di difesa e militare – è particolarmente importante che l’Italia continui a far riferimento al concetto di Stato nazionale.

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