La SLOI di Trento: bomba chimica dai problemi irrisolti

L’inquinamento è da sempre un gravissimo problema con il quale la società, ma soprattutto la società di oggi, si è trovata spesso a dover fare i conti. Conti di natura non solo economica a quanto pare, ma di un vero e proprio interesse ambientale che mai, prima d’ora, aveva riguardato così da vicino l’opinione pubblica, sempre più attenta a determinati argomenti d’interesse comune.

Anche l’attenzione delle istituzioni si è fatta via via sempre più pressante col passare degli anni, rifacendosi ad una vera e propria politica di tutela del territorio. Di questo tema ha infatti voluto trattare il gruppo consiliare provinciale “Movimento 5 Stelle” di Trento, che ha inviato una direttiva al presidente  del consiglio provinciale nella quale esponeva determinati problemi inerenti alla salvaguardia del territorio e alla tutela dello stesso: quest’ultimo ormai da troppo tempo in una situazione di stallo, tra inchieste e indagini circa l’inquinamento della zona nord di Trento.

Proprio in quella zona infatti, sul finire degli anni 30, la SLOI, impresa nata a Ravenna nel 1935 con l’obiettivo di sostenere la battaglia autarchica affrancando la chimica nazionale dagli impianti stranieri, realizzò uno stabilimento per la fabbricazione del piombo tetraetile (antidetonante per carburanti), ma anche del cloruro di metile, della soda caustica e dell’ipoclorito di sodio.

Inutile dire che, nonostante la tutela per i lavoratori fosse stata garantita mediante una “costante sorveglianza medica” e attraverso “servizi sanitari e igienici largamente sufficienti alle necessità degli stessi”, che avrebbero perciò dovuto dormire sonni tranquilli, questo non avvenne: le cronache e la storia ci raccontano che le prime cavie di quelle abominevoli “industrie capitalistiche” furono proprio loro. Una versione del tutto differente quindi da quelle inizialmente ipotizzate, ma le paghe erano buone e nel Trentino misero di qualche decennio fa le alternative di un lavoro migliore certo non esistevano.

Agli amministratori era ben noto il problema riguardante l’estrema tossicità del piombo tetraetile e probabilmente anche gli stessi operai ne erano al corrente, certi del fatto che il piombo avesse un alto tasso di mortalità per chi ne entrava in contatto: ma alla SLOI tutto questo sembrava un qualcosa di marginale. Di poco conto.

Oggi basterebbe entrare in qualche casa di cura o in qualche manicomio, ascoltare le storie di quei sopravvissuti che, nella maggior parte dei casi, venivano rinchiusi per schizofrenia o delirio mentale (altro effetto causato dal piombo tetraetile) per comprendere la gravità della situazione. Ma, all’epoca, nessuno sembrava dar peso al problema concreto che si andava creando e nel dopoguerra la produzione continuò incessante.

Quello stabilimento oggi racconta di crimini compiuti verso il territorio e l’umanità rimasti tuttora irrisolti, archiviati e deposti dopo che una notte, nel lontano 1978, un incendio distrusse gran parte dell’impianto portando su tutto il capoluogo trentino una nube tossica. Quella fu l’ultima notte per l’impianto, il cui sito è abbandonato da allora.

Ma si sa, la storia spesso resta tale: si preferisce dimenticarla, sotterrarla, celarne gli orrori. Oggi però vicino alla SLOI si abita, si lavora, si va al bar e in edicola come se niente fosse, incuranti di quel vecchio impianto e della sua storia, dei “crimini” commessi al proprio interno e che forse tuttora si stanno compiendo, grazie a ciò che si cela nel sottosuolo e nell’aria. Inutile dire che, all’indomani della chiusura delle “fabbrica della morte”, si sarebbe dovuto discutere dell’eventuale bonifica del territorio: si sa, questa dovrebbe essere la prassi (ma non in Italia).

Nessun progetto serio è stato portato avanti in tutti in questi anni, nel totale menefreghismo delle istituzioni. Quelle stesse istituzione che nel frattempo hanno dato concessioni e permessi per poter edificare e costruire, consapevoli di tutto. E’ invece sorto il quartiere del Magnete, con edifici residenziali e numerosi uffici e negozi: perfino un bellissimo giardino in cui i genitori portano i propri figli a giocare e sotto cui molti sospettano riposi una discreta quantità di materiale inquinante, di quel piombo che non ha potuto impregnare le ossa di chissà quanti sconosciuti operai.

Il problema, minimizzato e sottovalutato agli occhi dell’opinione pubblica per decenni, è stato solo recentemente riesumato (assieme alla marea di materiali inquinanti): probabilmente in quella scala di priorità che ha visto per troppo tempo, e prima di ogni altra cosa, l’edificazione e solo in un secondo momento la bonifica del territorio.

Il nuovo imperativo resta quindi la riqualificazione di Trento Nord, assieme all’urgente problema di dover affrontare (si spera una volta per tutte) una immediata bonifica dell’area ex SLOI, per la quale non è necessaria l’approvazione del Ministro dell’Ambiente. Un progetto già avviato all’inizio del 2014, ma per il quale mancano i fondi, che saranno reperiti da altro denaro pubblico facendo slittare il tutto per altri due anni.

Ma quanto a lungo si dovrà ancora aspettare per una bonifica fatta di tasca nostra?

di Giuseppe Papalia

Informazioni su Giuseppe Papalia 161 Articoli
Iscritto all'Ordine dei Giornalisti dell'Emilia Romagna dal gennaio 2018, è caposervizio della testata giornalistica Secolo Trentino dal novembre del 2016 e tirocinante presso il quotidiano L'Arena di Verona. E' laureato in Scienze della Comunicazione con una tesi in sociologia delle comunicazioni di massa, dal titolo: "La comunicazione nell'era dello storytelling management: la narratologia nei media come strumento di controllo di massa". Attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Editoria e Giornalismo, con curriculum in Relazioni Pubbliche.

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