Una crisi “asiatica” per l’Europa

Le tensioni finanziarie attorno all’Italia sono in costante aumento: il governo “populista”, assemblato da Washington e dalla finanza internazionale, è deciso a procedere con una manovra fiscale dall’inconfondibile sapore provocatorio, così da esacerbare le tensioni europee ed accelerare il collasso dell’Unione Europea. È ormai chiaro che gli angloamericani hanno in serbo per l’Europa una crisi identica a quella asiatica del 1997: svalutazione delle monete, default pubblici e privati, recessione generalizzata, salvataggi del Fondo Monetario Internazionale, etc. L’Italia rischia di pagare un prezzo altissimo la sua funzione di “grimaldello” dell’unione monetaria.

Una crisi del 1997 tutta europea

Migliori sono le analisi, più lunga è la loro vita: se poi si riescono ad afferrare le dinamiche di fondo della politica internazionale, si possono scrivere analisi dal respiro secolare.

Nel mese di maggio, appena formatosi il governo giallo-verde, scrivemmo in articolo evidenziandone la funzione geopolitica in chiave anti-tedesca ed anti-continentale. “L’agente speciale” Steve Bannon e l’ambasciatore Lewis Eisenberg, entrambi ex-papaveri di Goldman Sachs, assemblano all’indomani delle elezioni politiche un esecutivo integralmente populista, sommando al Movimento 5 Stelle, prodotto della City sin dalle sue origini, parte della coalizione del centrodestra, la Lega Nord, col chiaro intento di trasformare l’Italia, terza economia del continente, in un grimaldello per scardinare l’eurozona: in particolare, si vuole costringere la Germania, potenza sempre più “euroasiatica”, a rivalutare la propria moneta, così da tarparle le ali. I piani del duo Bannon-Eisenberg sono perfettamente noti al presidente Sergio Mattarella, che abbozza una resistenza iniziale, salvo poi cedere, sotto la minaccia di impeachment, attacchi borsistici e pressioni internazionali.

Tutto procede tranquillamente nei primi mesi, finché non subentra la sessione di bilancio: il governo “populista” deve infatti iniziare ad assolvere alla sua funzione, ossia scardinare l’eurozona, di comune intensa con la finanza internazionale. Questo passaggio è molto importante e merita di essere evidenziato: i poteri finanziari che hanno formato l’esecutivo giallo-verde e ne dettano la politica economica, sono gli stessi che infieriscono (ed infieriranno sempre di più, non appena le agenzie di rating apriranno la stagione dei declassamenti) sull’Italia, per destabilizzare l’intera Unione Europea. L’esecutivo giallo-verde presenta dunque una manovra fiscale dall’inconfondibile sapore provocatorio, studiata ad hoc per esacerbare gli animi a nord delle Alpi: spesa pensionistica in deficit, condoni fiscali, reddito di cittadinanza, zero investimenti. Un pugno in un occhio, insomma, al rigore “teutonico”. La manovra fiscale non riserva sorprese: la commissione europea parla di “deviazioni senza precedenti” e, allo stesso tempo, i mercati si accaniscono contro i titoli di Stato, portando il differenziale con i bund tedeschi al massimo dal 2013.

Bisogna evidenziare, nell’escalation di tensione che contraddistingue il varo della manovra, il grande “silenzio” o addirittura la funzione di pompiere esercitata dai due grandi custodi dell’euro, Angela Merkel e Mario Draghi: è infatti chiaro che qualsiasi scontro frontale ai vertici di Italia, Germania e BCE non farebbe che precipitare la situazione, bloccando probabilmente l’accesso dell’Italia al mercato obbligazionario ed accelerando così l’euro-implosione. Spalleggiato da Washington e Londra, il governo populista procederà quindi nei prossimi mesi nella sua politica anti-europea, incurante di crolli borsistici, rendimenti di btp alle stelle e del crescente isolamento internazionale: attorno alle elezioni europee del maggio 2019, si dovrebbe essere accumulato un potenziale esplosivo sufficiente da scardinare l’attuale eurozona e gettare nel caos l’Europa, o perlomeno i sui membri più deboli.

La politica angloamericana non è infatti soltanto anti-tedesca (sebbene la Germania sia l’obiettivo numero uno dell’amministrazione Trump, come testimoniano i violenti e costanti attacchi al Nord Stream 2 e la ricostruzione dell’Intermarium a guida polacca rivolto contro Berlino e Mosca) ma anti-continentale nell’accezione più ampia possibile: l’intera regione deve essere destabilizzata il più possibile, così da minarne le fondamenta economiche e ritardarne l’inevitabile convergenza verso Russia e Cina. Finché gli angloamericani conservavano l’indiscusso primato industriale/finanziario era loro interesse sviluppare la UE/NATO come “testa di ponte” in Eurasia, ma man mano che questo primato viene meno, è loro interesse che l’integrazione europea regredisca, così da evitare la nascita di potenziali “blocchi continentali” a trazione tedesca.

Diversi elementi (il ruolo delle agenzie di rating, l’indebitamento pubblico e privato, la guerra valutaria, la portata regionale, etc.) rendono paragonabile l’attuale strategia angloamericana contro l’Europa a quella adottata contro le “Tigri asiatiche” alla fine degli anni ‘90: ci riferiamo alla crisi asiatica del 1997, che interessò Thailandia, Indonesia, Malesia, Filippine, Sud Corea e, di riflesso, anche la Cina ed il Giappone. Dopo aver fatto indebitare i Paesi in una valuta esterna (il dollaro nel caso dell’Asia, l’euro nel caso dell’Europa), gli angloamericani, ricorrendo al solito braccio armato della speculazione e delle agenzie di rating, obbligarono le Tigri asiatiche ad abbondare il cambio fisso col dollaro (uscire dall’euro, nel caso dei Paesi europei), generando a catena un’ondata di fallimenti privati e pubblici (la Thailandia), crolli borsistici, recessione economica, cambi di regime e smembramenti di Stati (cacciata del presidente indonesiano Suharto e indipendenza di Timor Est). Il grande regista dell’operazione terroristica-finanziaria fu George Soros1, lo stesso Soros che ormai si dice convinto che qualsiasi problema politico in uno dei maggiori Paesi europei possa innescare il collasso dell’Unione Europea e dell’euro (“everything that could go wrong has gone wrong for Europe”2).

Il ruolo di “innesco” che ebbe la Thailandia nella crisi asiatica del 1997 spetta oggi all’Italia, con la differenza che il Paese asiatico fu un attore passivo, mentre il nostro Paese sta attivamente lavorando (spronato dagli angloamericani) per gettare nel caos l’intera regione. Il commissario tedesco Guenther Oettinger, simpatico o meno, non ha certamente torto quando afferma che “l’Italia vuole distruggere l’Unione Europea3: Roma è infatti il cavallo di Troia delle potenze anglossasoni-marittime per scardinare il progetto europeo e gettare nel caos il continente. Costretta a “svalutare”, ossia ad uscire dall’euro, l’Italia andrà incontro ad un processo identico a quello subito dalla Thailandia nel 1997: crisi bancaria, default pubblico, ondata di fallimenti e violenta recessione. Come nel 1997, a quel punto l’Italia contagerà i Paesi circostanti più deboli (Grecia, Spagna, Portogallo, etc.) e potrebbe infliggere gravi danni persino al Giappone della situazione, ossia la Germania.

Si potrebbe obbiettare che è meglio un default, una violenta recessione ed una prospettiva di crescita futura, piuttosto che un’austerità senza fine. Bè, innanzitutto, per impatto a livello mondiale e conseguenze economiche, il default dell’Italia sarebbe incommensurabilmente più grave di quello thailandese e le nostre speranze di ripresa, vista la congiuntura internazionale, molto più limitate. In secondo luogo, il grande sponsor dell’austerità europea è stato il Fondo Monetario Internazionale4, basato a Washington, lo stesso che giocò un ruolo chiave nell’aggravare la crisi asiatica del 1997, imponendo le solite politiche di austerità e avanzi di bilancio.

L’Europa si dirige, in ultima analisi, verso una crisi identica a quella asiatica del 1997, che produrrà recessione e default su scala continentale, indebolendo l’intera regione a vantaggio degli USA. L’innesco della crisi sarà quasi certamente l’Italia, dove il governo “populista” sta semplicemente portando a termine l’agenda della finanza internazionale, inaugurata dal governo tecnico di Mario Monti nel 2011…