Barbara Palombelli si sbaglia: i giovani giornalisti hanno più coraggio dei vecchi

La giornalista e conduttrice televisiva Barbara Palombelli ha attaccato in una intervista tutta una generazione di giovani giornalisti accusandoli di mancare di coraggio

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L’intervista che Barbara Palombelli ha rilasciato qualche giorno fa a Io Donna a proposito del giornalismo e della sua condizione attuale, – come evidenziato da diversi siti internet e blog tra cui Linkiesta – ha fatto parecchio discutere. Secondo la nota conduttrice di Forum infatti quel che mancherebbe ai giovani giornalisti di oggi sarebbe essenzialmente il coraggio.

«Non c’è un solo giornalista famoso venuto fuori dalla grandiosa narrazione del web», accusa nella sua intervista Barbara Palombelli, che non si trattiene e continua: «Se ci pensi, è clamoroso. I nomi sono sempre gli stessi: Ferrara, Mieli, Scalfari, Vespa, Feltri, Mentana…». Poche righe, ma abbastanza da consentirle di scagliarsi contro i colleghi della nuova generazione colpevoli di non fare abbastanza. Come se non sapessero cosa voglia dire, al giorno d’oggi, vivere di sola forza d’animo e sopportazione in un giornalismo sempre più precario.

Certo, «mancano i maestri», come dichiara la stessa Palombelli, ma il coraggio i giovani giornalisti l’hanno sempre avuto, forse più dei vecchi. Sono i giovani giornalisti infatti, che sanno cosa significa, il più delle volte, dedicarsi a questa professione solo per passione, per desiderio di riportare la verità, senza la garanzia di uno stipendio fisso o di una pensione sicura. Coraggio di questo tipo non è mai stato richiesto ai vari Ferrara, Mieli, Scalfari, Vespa, Feltri, Mentana e Palombelli: oggi troppo impegnati a criticare il sistema, ma non abbastanza “liberi” per far attivamente qualcosa per cambiarlo. 

Forse, analizzando l’ultima indagine dell’Osservatorio sul giornalismo in merito allo “stato di salute” del settore in Italia, verrebbe da pensarlo. Dopotutto la netta differenza tra giornalisti di “seria A” e “serie B” fotografa una situazione a dir poco spaventosa e allarmante per quest’ultimi: surclassati sì nell’anonimato, per colpa però di quelle precedenti generazioni che, al contrario, ancora godono di vecchi e distinti privilegi.

E sì, come dice la Palombelli, «il nostro mestiere ha una regola precisa: non bisogna avere paura di raccontare la verità», e allora perché aver paura di dire come stanno veramente le cose oggi? Secondo lo stesso rapporto pubblicato sul sito dell’ordine dei giornalisti “l’universo dei giornalisti attivi nel nostro Paese – ampio ma in costante diminuzione nel corso dell’ultimo decennio – è caratterizzato da un marcato invecchiamento (soprattutto tra i giornalisti dipendenti), da significative barriere all’ingresso per i più giovani e da un generale gender gap, sia negli aspetti remunerativi, sia nel transito dalle posizioni inferiori fino ai vertici della professione”.

Dopotutto siamo nipoti di una generazione “Polombelliana” che, forse per errata valutazione, è abituata ad altri tipi di ambienti: di chi, tanto per dirla senza mezzi termini, non è costretto a fare altri lavori per poter continuare a scrivere e a vivere di scrittura (e probabilmente arriverà tranquillamente ad una pensione). Quella stessa pensione pagata anche dai giornalisti di seconda categoria subalterni, “privi di coraggio e forza d’animo”, che probabilmente ci arriveranno con fatica. 

Cosi come con la stessa fatica saranno riusciti a diventare giornalisti (colpa le famose barriere in ingresso), costretti nel frequentare, sempre ne abbiano avuto la possibilità, costosissime scuole di giornalismo riconosciute dall’ordine. «Ma ti pare che per diventare giornalista devi frequentare un’apposita scuola?[…] il giornalista è sempre stato un disobbediente, uno originale, un irregolare…» dichiara in chiusura d’intervista la Palombelli. Forse ai suoi tempi, quando per diventarlo si faceva la gavetta e il giornalismo era serenità e non rassegnazione.

Oggi per molti nuovi è soprattutto la necessità di riuscire a guadagnare qualcosa – con l’alta probabilità che questo non coincida necessariamente  con la soddisfazione di un lavoro ben riuscito. Meglio lasciarla ai pochi volti noti: loro sì che sicuramente sapranno che ne è stato del vecchio e coraggioso giornalismo. 

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