Il conflitto sociale contro i migranti in Italia. Si sapeva che sarebbe successo

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Con sempre maggiore frequenza appaiono notizie di attacchi a centri d’accoglienza, di crescente disagio sociale nelle periferie delle città, di un’insofferenza montante verso l’ondata migratoria che sta investendo il Paese. Le forze dell’ordine, sempre più spesso, sono chiamate a soffocare le proteste contro l’insediamento di nuovi immigrati nei centri urbani. Un effetto collaterale dell’esodo africano incentivato dalla UE/NATO, dalla Chiesa di Jorge Mario Bergoglio, e dal compiacente governo italiano? No, è ormai evidente che uno dei principali obbiettivi dell’ondata migratoria sia proprio quello di destabilizzare la società dei Paesi europei, Germania ed Italia in testa. Man mano che l’impero angloamericano collassa, cresce il bisogno di esportare caos all’estero.

“L’Italia non ha grandi metropoli con intorno le banlieu”… Era il 2009

Giugno del 2009, annus horribilis per l’economia mondiale sull’onda del crack di Lehman Brothers. All’assemblea annuale di Confcommercio, l’allora ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, elenca pregi e difetti dell’Italia, anch’essa investita da quella crisi che cambierà (e sta tutt’ora cambiando) il volto al mondo. Riportiamo le sue parole1:

“L’Italia, per affrontare la crisi, ha quattro elementi di forza e solidità: gli 8mila comuni, gli 8,5 milioni di partite iva, il grande risparmio privato, l’Inps e la famiglia. (…) Ha 8mila comuni minimi, medi e grandi e non ha, cosa che costituisce un fattore di forza, le grandi metropoli con intorno le periferie, le banlieu, dove può nascere il conflitto sociale: l’Italia é come una rete capace di assorbire l’impatto che viene dai conflitti determinati dalla crisi”.

Miglia di comuni anziché poche grandi città, milioni di piccoli imprenditori, un alto tasso di risparmio, un istituto previdenziale pubblico solido (l’INPS) ed uno assistenziale ancora più solido, sebbene privato (la famiglia). In particolare, sottolinea Tremonti, sono assenti in Italia quelle sterminate periferie che circondano le altre città europee, fonte di conflitti sociali, scontri, paura e tensioni. Ricordiamo, infatti, che solo quattro anni (ottobre 2005) la periferia di Parigi fu incendiata da undici giorni di violenze e guerriglia urbana.

In vista di una prolungata recessione e della conseguente esplosione della disoccupazione, il ministro dell’Economia giudica quindi una vera e propria “fortuna” la mancanza di simili focolai d’instabilità, dove risiedono, per lo più, immigrati di recente arrivo o seconde e terze generazioni di stranieri. Come non dargli torto? L’Italia, sottoposta non soltanto ai geli della recessione mondiale, ma addirittura ad un cura da cavallo per rimanere “in Europa” (l’austerità dei governi Monti-Letta-Renzi mirante a distruggere la domanda interna e riequilibrare la bilancia commerciale) dimostrerà un’incredibile tenuta sociale: l’esplosione della disoccupazione ed il sensibile calo del tenore di vita non genererà alcun significativo episodio di violenza e buona parte del malcontento sarà riassorbito alle urne dal Movimento 5 Stelle, creato ad hoc.

Facciamo ora un bel salto temporale, per abbandonare il giugno del 2009 ed atterrare nel settembre 2017.La Grande Recessione non s’è andata (esplosione dei debiti pubblici, milioni di disoccupati nei singoli Paesi europei, povertà diffusa), anzi: la medicina somministrata all’economia occidentale (denaro a costo zero, iniettato nei mercati finanziari) ha generato una bolla speculativa di dimensioni tali (azioni, obbligazioni private, titoli di Stato) da fare impallidire la precedente crisi dei mutui spazzatura. La domanda è: l’Italia è ancora forte come nel 2009? Sarà capace di affrontare la prossima congiuntura mondiale negativa?

Molte piccole e medie imprese hanno chiuso, si è già attinto con abbondanza ai risparmi, l’istituto previdenziale è stato blindato procrastinando sine die l’erogazione delle nuove pensioni, ma, soprattutto, l’Italia ha perso quella stabilità sociale annoverata da Giulio Tremonti tra i principali punti di forza del nostro Paese.

Lo sbarco di immigrati clandestini, ridotto alle 15.000 unità nel 2010 dopo la stipula del Trattato d’Amicizia italo-libico, è esploso sino alle 180.000 unità del 2016: dalla defenestrazione di Muammur Gheddafi ad oggi, si sono riversate in Italia circa 700.000 immigrati (sommando le cifre fornite dal Viminale), spalmati su tutto il territorio nazionale ma numericamente rilevanti, inevitabilmente, nei centri medio-grandi. Il Paese ha così perso uno dei principali fattori di tenuta: “L’Italia non ha, cosa che costituisce un fattore di forza, le grandi metropoli con intorno le periferie, le banlieu, dove può nascere il conflitto sociale”. L’Italia, ora, ha le sue banlieue popolate di immigrati ed il conflitto sociale può germogliare con facilità e proliferare.

La dinamica, certo, è solo agli inizi, ma la cronaca quotidiana indica chiaramente quale strada si è intrapresa: attentati di privati cittadini contro i centri di accoglienza, crescenti proteste della popolazione contro l’insediamento di immigrati, uso sempre più frequente delle forze dell’ordine per reprimere il malcontento, episodi di intolleranza sempre più violente, esplosione della criminalità legata agli immigrati, dalla delinquenza ordinaria agli stupri. Un contesto già molto teso, destinato inevitabilmente a peggiorare se il flusso di risorse destinato ai nuovi arrivati (4-5 mld di euro annui2) dovesse diminuire o cessare a causa delle ristrettezze di bilancio. A partire dal governo Monti, l’Italia ha quindi scientemente creato al suo interno una “bomba sociale”, pronta ad esplodere da un momento all’altro.

È stata un’operazione immane, che ha richiesto uno sforzo militare-politico-logistico di primo piano: cambio di regime in Libia (2011), destabilizzazione dell’ex-colonia italiana ed installazione in Tripolitania di un potentato islamista compiacente (2014), attivazione dei flussi migratori, creazione di una rete logistica pubblica e privata per il traghettamento degli immigrati (la nostra Marina Militare e quelle della NATO, affiancate delle Ong), pressione sui governi italiani (sarebbe interessante conoscere i temi trattati dal premier Paolo Gentiloni e da George Soros a Palazzo Chigi3 e se esiste uno scambio “immigrati contro stabilità finanziaria”), sermoni “umanitari” elargiti dal papa Mario Jorge Bergoglio, portato al soglio petrino da quello stesso establishment atlantico che manovra l’esodo migratorio. Nel frattempo, il dibattito politico italiano è stato a lungo monopolizzato dal dibattito sullo “ius soli”, pensato come una calamita per attrarre nuovi, poderosi, flussi verso il nostro Paese.

Sorge spontaneo il quesito: perché? Perché l’establishment atlantico, la UE/NATO ed i loro caporioni locali hanno riversato nel nostro Paese centinaia di migliaia di immigrati, addensatesi, anno dopo anno, nelle nostre città?

Subito, era lecito pensare che l’ondata migratoria fosse l’ennesima crisi studiata a tavolino per strappare “più Europa”. La progressiva chiusura delle frontiere attorno all’Italia (dalla Francia alla Slovenia, tutti i valici sono ormai chiusi per i clandestini) costringe però a cambiare idea: non si cercava maggiore integrazione europea, ma la destabilizzazione tout court del nostro Paese. L’obiettivo era creare in Italia quelle banlieue, fonte di conflitto sociale, che in Italia erano assenti. Un’analoga operazione è stata svolta in Germania, con l’improvvisa apertura nell’estate del 2015 della via balcanica (successivamente chiusa per evitare la morte politica di Angela Merkel) che ha riversato nel Paese un milione di immigrati, fonte di analoghe tensioni sociali (benché il quadro macroeconomico sia molto più favorevole che in Italia).

Creare banlieue, focolai di tensioni, fonti di conflitti in due Paesi, Germania ed Italia, l’uno storicamente monolitico e l’altro capace di mostrare una buona tenuta sociale. Un deliberato atto di destabilizzazione, che si inserisce nella più ampia campagna di caos condotta dall’élite atlantica: putsch in Ucraina, ISIS in Medio Oriente, Boko Haram in Nigeria, cambi di regime in Sud America, tentativi di rivoluzione colorata in Russia e Cina, etc. etc.

Più l’impero angloamericano si avvicina al collasso, maggiore è l’esigenza di fomentare il caos altrove, per menomare i concorrenti, schiacciare i sudditi, impedire il nascere di nuovi assetti mondiali, che non verteranno più sull’Atlantico ma, inevitabilmente, sul continente euroasiatico. Anche l’Italia ha ricevuto la sua dose di destabilizzazione: d’ora in avanti, avremo anche noi le banlieue ed i conflitti sociali annessi.

 

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