IL DEGRADO URBANO E L’IMMOBILISMO AMMINISTRATIVO

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Il degrado urbano delle nostre città è oramai sotto gli occhi di tutti e sta accelerando senza sosta verso limiti ignoti, visto che gran parte delle amministrazioni si dimostrano inefficaci se non indolenti rispetto ai fattori che lo determinano. Uno di quelli che maggiormente colpisce, anche perché non più relegato alle ore serali ed alle zone periferiche, è quello della prostituzione. Tanto che da anni, anche guardando alle altre realtà europee, si sente, vox populi, invocare l’abolizione della legge Merlin e la riapertura delle “case chiuse”.

La legge 20 febbraio 1958, n. 75, altrimenti detta legge Merlin, fu introdotta alla fine di una lunga crociata condotta principalmente dalla senatrice Angelina Merlin e durata oltre 12 anni ed ebbe l’effetto di eliminare le cosiddette “case chiuse” proibendo, nelle intenzioni, lo sfruttamento della prostituzione.

La legge intervenne in una società, quella italiana della fine degli annoi 50, radicalmente diversa da quella odierna. Forse più bigotta, forse troppo influenzata dal Vaticano e dal perbenismo un po mellifluo della Democrazia Cristiana dei bei tempi, forse molto altro ma certo più coesa e omogenea di quella odierna, più ricca di punti di riferimento certi e di concrete radici.

Un’Italia non ancora entrata nel boom economico degli anni 60 dove il possedere una vettura, strumento oggi prediletto per gli incontri mercenari, era riservato ancora a pochi capifamiglia.

Un’Italia che dovrà poi subire gli assalti dei movimenti sessantottini, gli anni di piombo, il relativismo e quanto altro ha stravolto la nostra società fino ai deleterei risultati che oggi possiamo toccare con mano.

Giudicare la legge Merlin oggi, con occhi contemporanei, sarebbe quindi fuorviante e anacronistico tuttavia il fenomeno del degrado dovuto alla prostituzione incontrollata nelle nostre città è sotto gli occhi di tutti. L’immigrazione selvaggia oltre allo stabilizzarsi della criminalità organizzata importata sia dall’est europeo come dal nord Africa fanno da formidabile propellente per una diffusione del mercato del sesso mercenario.

Forte è quindi la spinta a fare marcia indietro rispetto alle decisioni del ’58. A reintrodurre un regolamentazione che permetta la presenza di queste strutture, le cosiddette case chiuse, che nell’immaginario comune dovrebbero essere luogo di raccolta e di controllo di quante – e quanti – oggi esercitano lungo le nostre strade.

Bene fanno i partiti come Fratelli d’Italia-Alleanza Nazionale a urlare con forza contro il degrado che ammorba le nostre città. Contro l’oramai incontrollata presenza di ogni genere di offerta di meretricio, per “ogni gusto ed ogni tasca” potrebbe recitare uno slogan commerciale. Meglio ancora fanno quando non si limitano a chiedere l’abolizione della famigerata “Merlin” ma chiedono, come primo passo, la messa al bando della prostituzione da strada ad ogni livello.

Infatti il solo primo passaggio servirebbe ad aprire le nostre città alle multinazionali del sesso che già operano nell’est e nel nord Europa e che hanno la necessaria disponibilità di fondi per aprire attività economiche che richiedono ingenti investimenti e coordinamenti manageriali ma che poi impongono “tariffe” al passo con il livello di tassazione italiano.

Veri e propri “centri di benessere” con personale di servizio, sistemi di sicurezza e quant’altro necessario al mantenimento della struttura imprenditoriale. Mentre le strade resterebbero popolate di “offerta a basso costo per domanda a basso costo”, il degrado non cesserebbe. Sono le leggi di mercato.

Sarebbe, in termini diversi, come combattere il fenomeno dei cosiddetti “vu cumprà” (cit. Alfano) favorendo l’apertura di un magazzino Ikea (non me ne vogliano gli svedesi). I mezzi per contrastare i fenomeno della prostituzione, con sistemi di dissuasione e disturbo sono alla portata di qualsiasi sindaco voglia utilizzarli, e gli stessi esponenti di Fratelli D’Italia Alleanza Nazionale hanno più volte suggerito come operare. Certo si richiede un minimo di intraprendenza e il mettersi in gioco anche personalmente contro il pensiero perbenista e politically correct che opporrebbe le solite “tutele del più debole” piuttosto che le “tutele della privacy” e via discorrendo. Quindi meglio attendere una presa di posizione ministeriale con atteggiamento da scaricabarile. Con buona pace delle nostre comunità che sono costrette a sopportare lo status quo.

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