E’ violenza di genere anche la sottrazione di un figlio alla madre

Fare anche solo un complimento ad una donna potrebbe essere considerato come qualcosa di sessista o qualcosa che nei fatti produce una violenza di genere, ovvero una violenza contro le donne. E’ quello che sta imponendo l’estremismo femminista in questi ultimi tempi.

Frasi certamente forti, ma che rispecchiano una certa cultura che giunge in sostanza alla segregazione di genere. Nel delicato panorama sociale che in questi ultimi anni ha portato alla lotta argomenti delicati quale la violenza di genere, quello che manca è la difesa di un diritto che è stato accantonato ma che, volenti o nolenti, è simbolo ed emblema del mondo femminile: il diritto alla maternità.

Di fronte ai recenti fatti di cronaca che hanno riguardato il caso dell’affido dei minori a famiglie o a centri per la tutela del minore e all’indignazione scaturita dal caso di Bibbiano, il mondo femminista è rimasto quasi impassibile: nessuna presa di posizione, nessuna difesa nei confronti del diritto di una donna di poter crescere serenamente e liberamente i propri figli, nessuna considerazione sul fatto che anche la sottrazione o l’allontanamento di un figlio dalla madre sia nei fatti violenza di genere.

La sottrazione di un minore dalle braccia della madre sembra quindi essere un argomento non importante, di minore entità rispetto a tutte le altre violenze – di vario tipo – che le donne in misura diversa sono costrette a sopportare. Anzi, addirittura sembra che gli altri soprusi che le donne subiscono superino, per gravità, lo scempio di strappare i propri figli dalle braccia della persona che li ha messi al mondo.

Le forme di violenza sono tante, troppe, ma non si può fare una classifica di quale sia quella peggiore: certo è che il fenomeno dello strappare i bambini alle madri si sta diffondendo e ciò non può prevedere alcuna forma di scusante. Sembra addirittura che calcare la mano sulle altre violenze sia una sorta di arma di distrazione di massa che ha come scopo quello di non far affrontare battaglie altrettanto concrete – che sempre riguardano l’universo femminile – come il diritto di far nascere e di crescere serenamente un bambino.

Questo è un principio semplicissimo, primordiale, naturale, ma che appare talvolta difficile da portare avanti: di fronte a questo, purtroppo, si sente solo il silenzio.

Interessante è capire che, in realtà, la nostra è una società matriarcale perché la donna rappresenta il perno fondante della società: questa è – passatemi il termine – la sovranista visione della donna ereditata nei secoli dalla cultura classica che permane ancora oggi nella nostra società. In una società matriarcale non c’è bisogno di modifiche del termine Patria (si vedano a riguardo le proposte avanzate dalla Murgia).

È un silenzio triste che non fa di certo gloria anche alle battaglie femministe che sono state giustamente fatte qualche anno fa: penso ad esempio alle battaglie per ottenere il divorzio, alla battaglia per l’aborto o alle battaglie per l’emancipazione femminile. Erano queste le lotte che portavano le donne al centro della società, le rendevano libere e capaci di affrontare un mondo in continua evoluzione. Ma i tempi sono cambiati e forse, per le attiviste di oggi, è più utile ridurre tutto il femminismo all’imposizione del ”lessico femminile”, altresì chiamato lessico di genere.