Festival economia: i nativi vedono stranieri ovunque in Europa

In Europa i migranti sono meno rispetto a quanto si veda

Nella giornata di ieri c’è stato a Trento un seminario di Alberto Alesina, professore di economia politica, peraltro molto interessante, introdotto da Paola Pica, giornalista del “Corriere della Sera”, dal titolo: “Immigrazione in Europa e il suo stato sociale: miti e realtà” che ha spiegato una situazione in cui – anche la stampa – si trova da tempo, cioè la “verità sostanziale che si scontra con la verità percepita“. Il tutto basato su notevoli sondaggi fatti a persone europee di varia astrazione sociale. Sono stati esposti e commentati i risultati.

In Trentino il nostro Ordine dei Giornalisti aveva già parlato di questo argomento in riferimento al settore del giornalismo ovvero della comunicazione, parlando di alcuni grandi temi su cui l’umanità perde il senso della percezione a causa della vastità del problema.

I temi su cui l’umanità ha un senso parziale della realtà sono parecchi: inquinamento, cambiamenti climatici, migrazioni, vaccini, grandi carnivori, crisi economica e spread. Ma la verità è ancora lontana da questo, perché in realtà nel concreto ognuno di noi sperimenta esattamente quello che non conosce, ha una percezione definita da quello che pensa su tutto ciò che non conosce. Conoscere tutto è enciclopedico, assumere tutto per vero conforma al rischio di credere alle cose “false” cioè alle “fake news” e non per niente la comunicazione se la gioca, la carta delle fake news (in Odg abbiamo parlato anche di questo invitando a verificare sempre le notizie ndr) grazie al potere conferitogli dal gap della conoscenza globale.

Pensano che il lettore (che in Italia per una vena alla polemica lettore si legge E-lettore) non capisca nulla – in questo periodo alcuni immensi saggi di facebook vorrebbero togliere anche il diritto di voto a parte della componente della popolazione per ceto e censo, aberrante ma vero, c’è chi lo pensa.

In fondo al pezzo sono riportati i contenuti del seminario accademico ndr.

Il senso di quando è stato detto ieri è abbastanza esplicito, ovvero le persone che sono state oggetto di un sondaggio sul tema delle migrazioni hanno “toppato” le risposte perché la loro percezione è di una diversità e di una occupazione di spazi maggiore rispetto a quella reale. Ma secondo quali parametri? Hanno chiesto ai nativi quanti sono i migranti, che posizione sociale occupano, che livello di studi hanno, quanto dipendono dal welfare, se hanno una ricchezza, se fanno determinate cose o altre. Tecnicamente il sondaggio è uscito con risultati molto bizzarri. Ecco un abstract.

Considerando l’immigrato !una persona residente legalmente in un Paese ma nata altrove! l’indagine a campione eseguita da Alberto Alesina e il suo team in 6 Paesi – USA, Regno Unito, Svezia, Francia, Germania e Italia – dà conto di una percezione distante dalla realtà. In tutti i Paesi il dato comune è la sovrastima. In Italia (dove gli immigrati sono il 10% della popolazione), si arriva a stimare il triplo degli effettivi: il 30%. La sovrastima (di molto) è anche riferita, sia in Italia sia negli altri Paesi, al numero di immigrati che provengono da Paesi musulmani. Contestualmente si sottostimano il livello di istruzione e di reddito degli immigrati e si pensa che siano un peso per lo stato sociale molto più grande di quello che in realtà è.” “Straordinarie le enormi percezioni errate”.

Per correttezza di fronte al lettore che passa sul nostro giornale bisogna capirci: la verità percepita – infatti – non si riduce a toppare il sondaggio perché non si conosce la risposta esatta, è facile, per la stampa. Se ci troviamo in un’abitazione dove ci sono dei bambini e siamo di fronte a un barattolo di palline che abbiamo già contato, sapere e avere un’idea del 10 o 15% di palline gialle rispetto a un totale ci riesce, visto che le contiamo già da tempo. Diverso è chiedere a un lettore, che non ha mai contato le palline gialle, di fare una stima a caso secondo la sua percezione personale.

La verità percepita quindi è la somma di: quello che una persona conosce per esperienza personale, quello che gli dicono e – grazie alla presenza di un cervello, di un sistema nervoso e di un sentimento personale ovvero cultura – quello che prova emotivamente. La componente emotiva della verità percepita è solo una parte di questo processo di conoscenza, ma è la parte fondamentale, porta a empatia o odio, a valore o disvalore. Questa parte considerevolmente amplifica la percezione. Dunque: se ci sono 10 palline gialle, ma vediamo solo quelle, perché sono sopra la scatola, perché sono fuori dalla scatola, perché sono messe davanti e nascondono quelle dietro, potremmo pensare effettivamente che le palline gialle sono 50, rimanendo sconcertati quando scopriamo che erano soltanto 10. Ma ancora peggio: se una persona ha paura delle 10 palline, sia che le percepisca come 10 che come 50, ad esempio perché teme di inciampare per casa, la sua reazione di fronte alle palline quando le trova sarà anche amplificata, a prescindere da quante esse siano.

Il conflitto politico e sociale nasce se la paura di chi sovrastima si scontra con il giudizio di chi sottostima (conflitti sociali in tema di festival ad esempio popolo ed elite). Questo sarebbe il componente da trattare culturalmente, se si volesse arrivare a un accordo condiviso.

Sono rimasta stupita che alla fine del seminario ci sia stato l’intervento di un anziano che ha centrato una delle chiavi di lettura del sistema paura-migrazioni-Europa. Il Trentino – diceva lui – ma in realtà l’Europa sono state terre di E-migrazione che per la prima volta diventano invece meta di IM-migrazioni, con il nostro occhio da conquistadores abbiamo paura di essere assoggettati e non capiamo (per sottostima) questo fenomeno, come in Francia dove una convivenza con i des arabes di generazioni improvvisamente si spacca. L’elemento dell’imprevisto.

Il seminario era a margine spiegato anche con il LIS per chi non è udente.

Diciamo la verità però: la stampa e la politica nonostante sia massimo l’impegno, vivono di notizie che “spaccano” per cui sarebbe inutile pubblicare una manifestazione senza mettere una foto decente, magari se sono “4 gatti” si fotografa la parte corposa, perché anche senza farlo apposta il linguaggio della comunicazione e quello dell’arte estetica, insieme a quello della pubblicità, sono connaturati alla nostra espressione quotidiana occidentale.

Già con una certa naturalezza una persona che ha compiuto le scuole e quindi è stata educata a tenere in ordine i quaderni e i materiali di scrittura e di disegno è portata a vedere in modo ordinato, a mettere a posto, a prediligere quello che sembra migliore, quindi anche il fotografo e anche il giornalista hanno una componente personale forte nel loro mestiere. Se non va bene il lavoro di chi lo fa si mettano le telecamere. Così la percezione con disintermediazione della stampa sarà così strampalata che – ad esempio – se si guardassero i video di alcune piazze h24 sarebbe ancora peggio. Cerchiamo di annullare anche il ruolo di fare il focus sui problemi per mettere la testa dello struzzo sotto la sabbia, lasciando il culo fuori? Alcuni burloni sostengono che idee come la democrazia diretta siano interessanti, ma di fatto una larga componente della popolazione mondiale vorrebbe la pena di morte, l’abolizione del valore legale del titolo di studio, etc..

Personalmente sono portata a pensare che siccome la comunicazione è fatta sempre da mediazione e siccome emittente e ricevente sono sempre “un essere umano cons trumenti analogici o digitali” il problema della errata percezione non dipenda solo da questo, sarebbe riduttivo credere a questo.

Se alcune persone hanno una percezione sovrastimata dei problemi probabilmente ci credono, se una comunità crede all’esistenza di un problema con fervore allora significa che ci sono margini in cui il problema tocca la sfera personale di chi sta percependo il problema. Quindi se i nativi delle sei nazioni tema hanno avuto questa percezione (tranne la Svezia) allora le politiche che sono state messe in atto (e non la stampa) hanno sbagliato, non hanno gestito la situazione, hanno sottostimato i problemi e le difficoltà, oppure la risposta del tessuto sociale è stata insufficiente, oppure erano insufficienti e carenti i servizi e sono stati messi a repentaglio i livelli di sicurezza. La causa può essere ovunque, ma non è la stampa che risolverà, perché servono i fatti, il resto è pubblicità.

Altra spiegazione d’obbligo a mio parere per chi leggesse. Oltre alla verità percepita, sempre per correttezza, va anche spiegato cosa succede nella persona che legge le notizie, quando le legge: la reazione non è sempre uguale. Ci lamentiamo che nessuno legge i giornali, perché non c’è fatturato sufficiente, ma senza dubbio in questo periodo storico siamo di fronte al picco della diffusione delle informazioni, mai una popolazione umanitaria ha ricevuto più informazioni che adesso. Quindi dire che le persone non leggono i giornali e che la stampa non è di qualità è falso. Chi legge un giornale la notizia la conosce già. Il giornale deve spiegarla se essa ha un senso, se ci sono risposte da dare. In questo senso infatti la ricerca presentata ieri mostra che le persone assoggettate alla visione di determinati video, in stile “Arancia meccanica” di Kubrick – nel sondaggio -avevano idee diverse rispetto a chi non vedeva i video. Molto interessante. Ad esempio vedere migranti lavorare come schiavi suscita empatia..

(Ma personalmente non andrei troppo oltre perché potrebbe evolvere in un polverone, cerchiamo di evitare un conflitto coi Terrapiattisti ed i Cospiratori, questo dicono infatti i Complottisti, cioè che la stampa “di parte!” faccia vedere delle cose per farci pensare e scegliere delle altre: restiamo coi piedi piantati nel suolo).

Un cittadino comune che sentisse freddo, ad esempio, si veste. Poco importa se fuori i gradi sono 15 o se sono 19, se le persone sentono freddo e percepiscono il freddo, diranno che hanno freddo. Non credo che il problema possa risolversi quindi nel dire che ci sono solamente il 10 per cento di migranti, visto che poi se guardiamo le iscrizioni in anagrafe vediamo che nel saldo i migranti costituiscono comunque l’elemento di novità per il 90 per cento. Dunque se la percezione è diversa dalla verità è probabilmente perché la parte interessante sfugge al sondaggista. Mettere in dubbio la completezza di uno studio richiede anche la voglia di capire come funziona la società: le persone osservano i cambiamenti.

Tornando alla scatola delle palline del bambino quindi è assolutamente superfluo dire che in una scatola ci sono 10 palline gialle, o che sopra la scatola ci sono le 10 palline gialle: non sapremo come fare a dare un parere sulla nostra scatola. Per avere un’idea di quante sono quelle palline gialle serve una procedura, una regola, un sistema di regole, che possa darci parametri solidi per definire la corposità e il numero stimato delle palline gialle: il motivo per cui la percezione è che siano tutte gialle è che non c’è la gestione della pallina secondo parametri chiari. La pallina gialla mescolata e integrata al gruppo resta nella mischia, la pallina gialla poggiata sopra la scatola fa vedere solo quella. Mi sembra assurdo in vista del 2020 dover scrivere un articolo che parla di palline e che spiega il motivo per cui in una casa le mamme urlino di mettere a posto le palline; che in un appartamento con dei bambini si vedano palline ovunque, finché i bambini non hanno imparato a mettere in ordine le palline.

Ecco.. i politici che hanno gestito la migrazione in Europa, principalmente in Italia, hanno fatto come i bambini con le palline: hanno giocato con le ultime palline, non hanno spiegato come funzionano le palline gialle e le hanno lasciate in disordine perché nessuno ha insegnato come si mette a posto, per questo i nativi hanno percepito disordine e irregolarità, paura e insicurezza. Molto banale, spero efficace.

Le premesse sono necessarie: le persone non sono inaffidabili, il parere delle persone HA UN GRANDE VALORE NELLA SOCIETA’ DEMOCRATICA e non è una questione di giusto e di sbagliato, come si vorrebbe far emergere, bensì le persone hanno delle LEGITTIME PAURE e le loro idee sono limitate alla loro conoscenza dell’empirico, segue il testo del seminario di ieri. Che odorava di: “gli elettori sono ignoranti” per questo, anche no.

A cura di Martina Cecco

Alberto Alesina, professore di economia politica tornato al Festival dopo qualche anno, ha illustrato – nel significativo appuntamento “Immigrazione in Europa e il suo stato sociale: miti e realtà” – come si è svolta l’indagine a campione e il tipo di domande (generali e specifiche) che sono state poste ai partecipanti. L’indagine non solo ha raccolto i dati in merito alla percezione del fenomeno degli immigrati ma ha anche correlato la percezione uscita con la visione dello stato sociale. In questo contesto ad una metà dei partecipanti sono state poste prima le domande sull’immigrazione e poi sulla redistribuzione. All’altra metà, invece, le domande sulla redistribuzione sono state poste prima di quelle sull’immigrazione. “Ebbene ciò che è uscito in maniera netta – ha detto Alberto Alesina – è che coloro che vedono prima le domande sull’immigrazione sono meno favorevoli alla redistribuzione, meno favorevoli allo stato sociale. Nella metodologia dell’indagine facciamo vedere un video con informazioni esatte, un altro che illustra da dove arrivano gli immigrati e il terzo con una storia vera presa dal New York Times dove si racconta di un immigrato che lavora sodo tutto il giorno ed è un esempio di grande impegno: che cosa esce da questo metodo? Che la gente che vede i primi due filmati reagisce aggiustando le proprie percezioni, ma non completamente, solo un po’. Coloro che vedono l’immigrato che lavora sodo, cambiano la propria opinione. Certamente coloro che vedono i filmati reagiscono in modo diverso da quelli che non lo hanno visto ma, il fatto di farti pensare in modo positivo all’immigrazione, non significa che i partecipanti diventino più favorevole allo stato sociale con l’eccezione di coloro che vedono il terzo video (immigrato che lavora sodo). Ciò significa (anche) che la gente reagisce di più alle storie emotive rispetto ai numeri”.

Al campione rappresentativo (all’interno dell’indagine) a cui sono state fornite le informazioni corrette rispetto all’immigrazione, “non reagiscono e restano convinti delle loro idee distorte. Uno straordinario livello di informazioni sbagliate rispetto alla dimensione e alla natura del problema immigrazioni, molto diffuse fra tutti i livelli di popolazione. C’è correlazione fra l’essere sfavorevoli alla redistribuzione fra chi pensa agli immigrati come più avvantaggiati rispetto ai nativi”. Il professore della Harvard University aggiunge “la mia impressione è che l’immigrazione sia percepita come un problema serio, molto complesso che andrebbe affrontato con informazioni corrette e questo farebbe scaturire percezioni giuste, ma siamo molto lontani da questo. Bisognerebbe gestirlo in modo appropriato ma spesso viene affrontato con la pancia e non con il cervello e i partiti anti-immigrazione e i giornali buttano spesso benzina sul fuoco”. Alberto Alesina ha parlato di “Paesi europei che stanno diventando molto diversi causa immigrazione, Paesi omogenei non abituati a questi flussi”.