FRATELLI MORTI

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Non amo le giornate della Memoria: sanno di ipocrisia e di buonismo mal dosato. Amo ricordare i morti quando nessuno lo fa. Per questo non avrei mai pensato di scrivere un articolo per parlare dei morti delle Foibe, ma eccomi qui. C’è chi chiama “martiri” questi morti e, forse, lo sono davvero. Certamente lo è stato don Francesco Bonifacio, massacrato di botte ed infoibato in odium fidei. Don Francesco diceva che «chi non ha il coraggio di morire per la propria fede è indegno di professarla». Gli italiani della Venezia Giulia e della Dalmazia dimostrarono davvero di aver Fede e lo testimoniarono con il sacrificio della vita. Morirono per non tradire un pezzo di stoffa verde bianco e rosso. Un pezzo di stoffa, che, però, rappresentava la bandiera italiana.

In Italia solo pochi parlarono dei massacri compiuti da Tito, che – val la pena ricordarlo – fece sprofondare nelle Foibe anche parecchi comunisti. Giovannino Guareschi fu uno dei pochi che osò parlarne: nel suo “Giro d’Italia” si prese la briga di raccontare ciò che accadeva in “Titizia”, ovvero in Jugoslavia. Ne parlò Guareschi, giornalista di professione, ma non ne parlarono storici quotati, come Giovanni Sabbatucci, docente a La Sapienza di Roma, che ammise candidamente di non aver saputo nullo di ciò che i nostri connazionali hanno dovuto patire.

A settant’anni da questi eccidi dobbiamo ammettere che i morti delle Foibe sono morti di serie B, nonostante lo Stato italiano si sia degnato – decenni dopo – di istituire una giornata del Ricordo. Non esistono film hollywoodiani su di loro. Esistono solo fosse carsiche piene di corpi senza nome, di gioventù spezzate e di speranze tradite. Oggi, 10 febbraio, voglio ricordare i morti delle Foibe usando le parole di Giovannino Guareschi, «fratelli Morti: voi ci indicate da lassù la strada giusta che è quella del dovere e del sacrificio, e ci aiuterete a risolvere il problema più urgente. Ci aiuterete a trovare noi stessi e la fede nell’avvenire. Perché, nonostante Mao, Kruscev e gli altri guai, vale ancora la pena di viverci su questo pianeta. Una fiamma scalda ancora il nostro vecchio cuore di terrestri. E in noi è ancora più forte la speranza che la paura. Grazie a Dio».

Matteo Carnieletto

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