LA NUOVA PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA NON SI INCHINI ALLA DITTATURA EUROCRATICA

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I titoli di coda calano ufficiosamente sul secondo – ed eccezionalmente itinerante – mandato di Giorgio Napolitano. Un agognato sollievo. Almeno dal canto di chi ha sostenuto, nell’arco di nove anni, la causa di un ripristino della nostrana ed assoluta sovranità nazionale, appiattita dalle logiche burocratiche ed internazionaliste dell’Unione Europea delle percentuali, dei bilanci e del neoliberismo selvaggio, che proprio l’uscente Capo di Stato ha contribuito a sostentare, predicando rigore ed austerità a iosa.

Un indubbio magone, invece, per i cortigiani dell’imperante finanziarizzazione tecnocratica dell’Eurocrazia dell’asse Francoforte-Bruxelles-Lussemburgo-Strasburgo, concepita giuridicamente da Maastricht, ossia a partire dal 1993.

Da quel momento, ponendo l’accento ai confini italioti, si sarebbe potuto ridiscutere qualsiasi accordo, se si fossero osservati i disastrosi danni sociopolitici ed economico-finanziari apportati dal progetto unionista e dalle sue immonde finalità.

Allo stesso tempo, sarebbe stato indispensabile che le figure istituzionali di maggiore rilevanza nel nostro ordinamento costituzionale sollevassero più d’una riserva contro i piani per una possente destituzione del principio di nazionalità. Altresì, ciò non è stato.

Anzi, per circa un ventennio, al Colle si è insediato un plotone di lacchè intento ad eseguire pedissequamente ed a senso unico le disposizioni di organi transnazionali, membra vive ed attive di un sistema pilotato da élite finanziarie e vulgate bancarie.

Da Ciampi a Napolitano appunto. Il primo per non avere assolutamente contrastato – piuttosto incentivato – l’avanzare imperversante dello spettro della Zona Euro. Il secondo per non aver impedito che l’ingerenza della tirannia eurocratica proliferasse e per non averla soppressa, o quantomeno inibita. Ecco per quale ragione il prossimo mese risulterà determinante per stabilire colui il quale dovrà sostanziare la garanzia per la salubrità politica, economia e soprattutto sociale del Tricolore. Al solito, i pareri dei principali esponenti della partitocrazia parlamentare si sono sprecati, ma alcuni sono da disaminare con estrema criticità analitica.

Le esternazioni di Giorgia Meloni, fra tutte, appaiono quelle di maggior buon senso e – aspetto peculiare – non tendenziose. Ovvero non propriamente soggette alla sterile e superficiale faziosità.

Il deus ex machina di Fdi-AN invoca l’urgenza di sguainare candidature di soggetti che siano esterni alla classe dirigente e che, in primis, esercitino un’influenza di peso, cosicché cessi l’incidenza dei funzionari esecutori dell’UE sulle nostre politiche governative.

Sono considerazioni puntuali, nel merito, che tracciano le fila di quello che dovrà rappresentare lo scranno a Palazzo del Quirinale per le successive stagioni. Tutela dell’unità nazionale, massima espressione di imparzialità, approccio trasparente, schietto e volto alla salvaguardia dell’interesse italico nelle relazioni estere. Tre presupposti – inderogabili e inscindibili – che sono stati puntualmente disattesi ed addirittura derubricati, deplorati, deturpati. Per Napolitano, la lotta per il riconoscimento e la convalida dell’Italia quale Stato-Nazione Sovrano era unicamente una fastidiosa nota nella sua folta – però inconcludente per il benessere comune – agenda di presidenza.

Non ha badato a scrollare da dosso allo Stivale gli avvinghianti tentacoli dell’eurocentrismo, bensì ha perseverato nella svendita dell’italiana capacità d’azione alle banche e all’alta finanza globale, filtrata nei sinedri dell’Unione Europea. Non ha pensato che il Popolo godesse di preponderanza e di precedenza su qualsiasi altra iniziativa di natura politico-istituzionale, ma che parteggiare per la casta e per i sottoinsiemi ad essa accomunati fosse la radicale assicurazione per donare una conclusione vigliaccamente redditizia alla sua longeva carriera politicante. Non ha realizzato che non redarguire Berlusconi, Monti, Letta ed ora Renzi, per i rispettivi governi servili al capitalismo finanziario, volgesse ad ingrassare con utili e profitti lobbies, multinazionali, cosche criminose e poteri forti, occulti e massonici di ogni sorta, e non ad eludere la precarizzazione del tessuto socioeconomico.

Sulle colonne de Il Giornale di ieri, Ida Magli, nota antropologa ed antesignana del nefasto avvenire europeo sin dal 1994, tuonava con un roboante “Non mandate al Colle l’ennesimo servo di Bruxelles“. Touché.

Alex Angelo D’Addio

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