LA STORIA INFINITA DEGLI ANGLOSASSONI E DEL DOMINIO DEL MONDO

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Da centinaia di anni viene messo in scena sempre lo stesso copione. Da quando è crollato l’Impero romano, lasciando il mondo nel caos e alle prese col delirio di onnipotenza anglo-sassone, l’umanità intera si è trovata ad assistere, con sempre maggiore frequenza a una commedia buffa, replicata decine di volte, con piccoli adattamenti.

Parziali aggiustamenti, decisi, di volta in volta, per meglio conformarla alle esigenze specifiche. E così che tu fossi Carlo V o il Re Sole, o magari Napoleone, o Ottone di Bismarck, o il Kaiser Guglielmo II, l’Imperatore Francesco Giuseppe, oppure Mussolini, o Hitler, o Saddam Hussein, Milosevic, Gheddafi e, per ultimo, Assad, la commedia che viene mandata in scena è sempre stata uguale e prevede il medesimo schema e la stessa opera di demonizzazione preventiva.

Anche adesso, con la Siria, la si ritrova, ugualmente modulata, su tutti i quotidiani e in tutte le trasmissioni televisive, di destra come di sinistra. In quanto totalitario, infatti, il sistema della manipolazione organizzata e dell’industria culturale occupa integralmente la destra, il centro e la sinistra. Il messaggio dev’essere uno solo, indiscutibile. Armi chimiche, armi di distruzione di massa e violazione dei diritti umani.

Con queste accuse, la Siria è stata non molto tempo fa presentata mediaticamente come l’inferno in terra e per questa via, si prepara ideologicamente l’opinione pubblica alla necessità dolorosa ma inderogabile del bombardamento, naturalmente in nome dei diritti umani, della democrazia, dell’autodeterminazione e della libertà.

Alla demonizzazione preventiva come preambolo del “bombardamento etico” siamo abituati fin dall’insediamento, nel 1945, di questa feroce monarchia universale. Un meccanismo che è stato attivato contro tutti i popoli e le nazioni che non si sono sottomessi al suo dominio. Iraq 1991, Jugoslavia 1999, Afghanistan 2001, Iraq 2004, Libia 2011: queste le principali fasi del progetto di sottomissione dell’intero pianeta alla potenza militare, culturale ed economica degli Stati Uniti, eredi e successori dell’Impero Britannico nel delirio angolsassone di dominio del mondo. La Siria è l’obiettivo corrente, quello sul quale, fino a ora, si stanno rompendo i denti.

L’apparato dell’industria culturale si è già mobilitato da tempo, diffamando in ogni modo lo Stato siriano, in modo da porre in essere, a livello di opinione pubblica, le condizioni per il necessario bombardamento umanitario. Il presidente statunitense Obama non perde occasione per presentare la Siria come il luogo del terrorismo e delle armi di distruzione di massa, in modo che l’opinione pubblica occidentale sia pronta al bombardamento del nemico.

La provincia italiana – colonia della monarchia universale – ripete urbi et orbi il messaggio ideologico promosso dall’impero. È uno spettacolo vergognoso, la prova lampante (se ancora ve ne fosse bisogno) della subalternità culturale, oltre che geopolitica, dell’Italia e dell’Europa alla potenza mondiale che delegittima come terrorista la resistenza dei popoli e degli Stati che non si piegano al suo barbaro dominio.

Il primo passo da compiere, per legittimare l’invasione imperialistica camuffata da interventismo umanitario, in una mossa di apertura a scacchi che è sempre la stessa da secoli, è la reductio ad Hitlerum (ovvero colui che stato deliberatamente plasmato quale incarnazione stessa del male e archetipo dello stesso, utilizzando lo stesso identico copione che abbiamo descritto) di coloro che sono a capo degli stati da invadere, non a caso spregiativamente denominati rogue states, “stati canaglia”, in una totale delegittimazione a priori del loro stesso diritto all’esistenza: da Saddam Hussein a Gheddafi, da Chavez ad Ahmadinejad, la carnevalata è sempre la stessa. Tutte le forze che non si piegano al nomos dell’economia di cui è alfiere la monarchia universale vengono ridotte a nuovo Hitler e a nuovo nazismo, ossia due definizioni tombali cui nulla può essere opposto se non si vuole incorrere nella peggiore eresia possibile.

Del resto, l’invenzione mediatica di sempre nuovi Hitler sanguinari si rivela immancabilmente funzionale all’attivazione del “modello Hiroshima”, ossia del bombardamento legittimato come male necessario. Dove c’è un Hitler, lì può e deve esserci anche una nuova Hiroshima. L’oscena simmetria di tale ragionamento non lascia scampo alcuno e l’ideologia polivalente della pax romana viene gettata in discarica da questi mercanti di denaro a favore della barbarie fine a se stessa.

La monarchia universale, nella sua ansia di imporre il Nuovo Ordine Mondiale qualifica quindi come pace la propria guerra e delegittima come terrorismo e barbarie quella di coloro che le si oppongono. Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant: (fanno il deserto e la chiamano pace), il vecchio adagio di Tacito non è mai stato tanto attuale. La reductio ad Hitlerum si accompagna pressoché sempre all’impiego ideologico del concetto di umanità come titolo volto a giustificare – come già sapeva Carl Schmitt (cfr. “Il concetto del politico”) – l’ampliamento imperialistico.

La guerra che si autoproclama umanitaria serve non solo a glorificare se stessa, ma anche a delegittimare il nemico, a cui è negata in principio la qualità stessa di uomo. Contro un nemico ridotto a Hitler e quindi a essere non umano, il conflitto può allora essere spinto fino al massimo grado di disumanità, in una completa neutralizzazione di ogni dispositivo inibitorio di una violenza chiamata a esercitarsi in forma illimitata. Nella II GM quando consolidarono questi concetti fecero un milione di morti (donne e bambini) in pochi giorni con i bombardamenti a tappeto sulle città tedesche e poi, non contenti, tirarono due atomiche sul Giappone.

Vale la pena di leggere il profetico passo di Schmitt: “…Un imperialismo fondato su basi economiche cercherà naturalmente di creare una situazione mondiale nella quale esso possa impiegare apertamente, nella misura che gli è necessaria, i suoi strumenti economici di potere, come restrizione dei crediti, blocco delle materie prime, svalutazione della valuta straniera e così via. Esso considererà come violenza extraeconomica il tentativo di un popolo o di un altro gruppo umano di sottrarsi agli effetti di questi metodi “pacifici”…”. È questa l’essenza dell’odierna “quarta guerra mondiale”, puntualmente dichiarata contro i popoli che aspirano a sottrarsi all’imperialismo statunitense (e subito dichiarati terroristi, assassini, nemici dei diritti umani, “Stati canaglia”, ecc.).

La dimensione storica viene sostituita, a livello di prestazione simbolica, ora dallo scontro religioso tra il bene e il male (identificati rispettivamente con l’Occidente a morfologia capitalistica e con le aree del pianeta che ancora resistono), ora dal canovaccio della commedia che, sempre uguale, viene impiegato per dare conto di quanto accade sullo scacchiere geopolitico: il popolo compattamente unito contro il dittatore sanguinario (Assad in Siria), il silenzio colpevole dell’Occidente, i dissidenti “buoni”, cui è riservato il diritto di parola e, dulcis in fundo, l’intervento armato delle forze occidentali che donano la libertà al popolo e abbattono il dittatore mostrando con orgoglio al mondo intero il suo cadavere (Saddam Hussein, Gheddafi, ecc.).

A rimorchio del pensiero egemone, la sinistra italiana continua a rivelare, anche in questo, una subalternità culturale che farebbe ridere se non facesse piangere: da “L’Unità” a “Repubblica” l’allineamento con l’ideologia dominante è totale (ed è, per inciso, un’ulteriore prova a favore della tesi circa l’ormai avvenuta estinzione della dicotomia tra una destra e una sinistra perfettamente interscambiabili, composte da nietzscheani “ultimi uomini”). La parabola che porta da Antonio Gramsci a Massimo D’Alema è sotto gli occhi di tutti e si commenta da sé.

Secondo questa patetica commedia, tutti i mali della società vengono imputati al feroce dittatore di turno (sempre identificato dal circo mediatico con il nuovo Hitler: da Saddam a Gheddafi, da Ahmadinejad a Chávez), che ancora non si è piegato alle sacre leggi di Monsieur le Capital; e, con movimento simmetrico, il popolo viene mediaticamente unificato come una sola forza che lotta per la propria libertà, ossia per la propria integrazione nel sistema della mondializzazione capitalistica. Come se in Siria o in Iran, o a Cuba e nella Corea del Nord vi fossero solo dissidenti in attesa del bombardamento umanitario dell’Occidente…

Gianni Fraschetti

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