La strage di Bologna, Ustica e il trionfo dell’omertà

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Tanti sono gli anni trascorsi dalla strage di Bologna, massacro del quale gli inquirenti sanno tutto: la dinamica, il modo in cui i portatori d’esplosivo vennero sacrificati a distanza; inoltre  ci sono ben sei presenze documentate degli appartenenti al commando (ma una di queste è scomparsa dalla scena con l’aiuto dell’occultamento del corpo di un’altra vittima affinché fosse possibile inquinare le prove). L’unica domanda lecita è se il commando brigatista intendesse colpire al supercarcere di Trani o al porto di Taranto (il che spiegherebbe il coinvolgimento degli agenti tedeschi del Patto di Varsavia, nonché alcuni messaggi in codice emessi dai servizi nei depistaggi fatti).
Sanno – e tutto è agli atti – ma non parlano. I colpevoli per loro restano dei Nar e tutte le prove spariscono, come se non esistessero.
Quando qualcosa trapela, ecco che parte il depistaggio numero due: si accusano i palestinesi e, esattamente come il caso dell’ottantottesima vittima, un compagno romano di nome Peppe, scompare anche il Mossad che tutta l’operazione ha seguito passo dopo passo, dai luoghi di partenza (Parigi e Germania) fino a quello dell’arrivo. Così come spariscono le rivelazioni dello stesso Mossad che sostiene di essersi vendicato dell’inganno italiano che fece abbattare il Dc-9 lasciando credere che portasse uranio impoverito per l’Iraq mentre lo stesso viaggiava su di un velivolo francese. Perché potesse essere abbattuto l’aereo dell’Itavia gli italiani lo avevano fatto sostare senza ragione per due ore proprio all’aeroporto di Bologna.

Per quelli che ancora s’illudono che il tempo è galantuomo, va detto che senza galantuomini a nulla serve.
Basti pensare alla strage di Brescia della quale gli inquirenti hanno tutto – e bene agli atti – dall’identità del bombarolo che si è suicidato per errore nel cercare di posare l’ordigno nel cestino, a quelle di tre complici,  dalle registrazioni telefoniche di Itala-Cuba, fino ai rapporti della Stasi che non lasciano dubbi sulla matrice rossa dell’attentato.
Eppure quarantatre anni dopo è stata pronunciata una sentenza definitiva, contro Carlo Maria Maggi e un tal Tramonte, basata letteralmente sul niente, e si è scaraventato in galera un innocente sacrificato alla Pravda dei comunisti.
Il tempo sarà anche galantuomo ma i galantuomini sono fuori tempo.

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