LETTA SVENDE L’ITALIA

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Durante una conferenza stampa tenutasi ieri a palazzo Chigi, il premier Letta, affiancato dal grigio Saccomanni, ha annunciato un piano di privatizzazioni che dovrebbe portare nelle casse dello stato “tra i 10 e i 12 miliardi di euro”.

Declino al condizionale poiché, come noto, una cosa è mettere sul mercato pezzi di aziende altra cosa è trovare chi sia disponibile all’acquisto.  Ma è il “cosa si vende” e il “come lo si fa” che impone più di una riflessione. 

Stiamo infatti trattando degli ormai ultimi gioielli di famiglia, delle ultime aziende partecipate che suscitino un minimo di appetibilità sul mercato, delle ultime che generino un qualche attivo economico. Dall’ENI alla Fincantieri, dalla CdP Reti alla Grandi stazioni e così via non si tratta solo “dei gioielli di famiglia” ma anche di aziende strategiche che se dovessero finire sotto il controllo di interessi esteri potrebbero essere sacrificate in onore di economie di scala globale. Una per tutte la Fincantieri, azienda strategica nel settore della cantieristica navale nazionale dove l’Italia vanta ancora posizioni da leader sul mercato internazionale.

Oltre a ciò non si tiene conto del fatto che per acquistare pezzi di economia reale come quelli oggi in predicato occorrono capitali di tale entità da essere difficilmente reperibili nel settore dell’imprenditoria privata ma assolutamente disponibili, ed in scala enormemente più grande, quando si parla di fondi sovrani di alcuni paesi del medio o estremo oriente. Fondi sovrani che come tali vengono utilizzati con strategie di ordine politico se non peggio.

Questo il motivo per cui molti osservantori ed analisti economici ritengono che le partecipate pubbliche rappresentino la più concreta espressione della sovranità nazionale degli Stati nel campo dell’economia reale.
Disfarsene è lesivo per l’intera nazione.

Ultima riflessione in tema: l’Italia ha assoluta necessità di vendere i propri beni o ha assoluta necessità di ridurre i propri sprechi?Un attento padre di famiglia che si trovasse in difficoltà economica cercherebbe di ridurre le spese superflue o si concentrerebbe nella vendita dei libri di scuola dei propri figli?

Le società partecipate sono il capitale della nostra nazione, non devono essere toccate, i dodici miliardi che in ipotesi potrebbero valere devono essere recuperati riducendo l’assorbimento del carrozzone pubblico.

Con buona pace della Commissione europea che continua a percepire dall’Italia più soldi di quanti poi in effetti ne restituisca.

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